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I sondaggi, si sa, sono diventati un dato importante nella valutazione della salute di chi governa. Non a caso, solitamente, le forze politiche che, ricevuta una maggioranza di suffragi, ascendono all’esecutivo si trovano a veder sfumare nel tempo il successo raggiunto. È stato così per Silvio Berlusconi; è stato così, ancora più rapidamente, per Matteo Renzi.

Il fenomeno politico di rottura che si è creato con le elezioni del 4 marzo, risultato, conviene sempre ricordare, di eccezionale discontinuità, ha determinato invece che i partiti governativi crescono: o, per meglio dire, cresce uno dei due, vale a dire la Lega di Matteo Salvini.

Un esame reso noto da La7, e prontamente riportato su Formiche.net da Veronica Sansonetti, dà la Lega al 32 %, in netta crescita, e il M5Stelle al 28, 3 %, in flessione.

Si può certamente giustificare il caso con la strategia di comunicazione molto efficace, diretta e permanente che Salvini mette in atto, oppure rilevare la sempre maggiore centralità delle questioni leghiste, in specie immigrazione e sicurezza; ma tutto ciò non sarebbe, a mio avviso, in grado di spiegare fino in fondo quanto sta avvenendo nell’opinione comune – neanche tanto pubblica – del Paese. In effetti, anche Renzi ha utilizzato con grande abilità la comunicazione, ma, sebbene l’investimento personale sia stato forte, il risultato del Referendum ha avuto un effetto contrario. D’altronde, tutto si può dire dei 5 Stelle e di Luigi Di Maio ma non che manchino di presenza pubblica e di potenza comunicativa.

Dunque? Perché Salvini cresce nei consensi e gli altri meno o per niente?

La riposta sta in due tipi di analisi. La prima riguarda il concetto stesso di “consenso”. Esistono, infatti, due idee contrapposte per poterne definire il criterio: pensare che il consenso sia generato dal potere; oppure ritenere che il potere derivi dal saper intercettare il consenso. In realtà, non sono due cause contrapposte, ma dietro la loro differenza complementare e scambievole si annida la prima soluzione all’enigma Salvini.

Ernst Renan diceva che una nazione è un consenso permanente. Il senso di questa mia libera riproposizione della sua tesi sta nel fatto che oggi la gente ha un comune modo di sentire, una visione unitaria delle cose, veicolata dalla piazza e dal Web, la quale determina poi l’assenso o meno che di volta in volta viene dato dalla gente a questa o a quella forza politica. L’opposta tesi di Joseph Shumpeter, secondo cui invece è il progetto che determina la volontà, non è più valido, soprattutto in un mondo in cui tutti comunicano e nel quale le idee viaggiano e si coagulano in certezze al di fuori di schemi già stabiliti e preconfezionati.

L’abilità di Salvini non è il saper diffondere idee, ma saper catturare dal mare mistico della nazione quelle prevalenti e determinanti. Un fatto notevole, il quale ha velocemente disciolto l’antipolitica regnante fino a poco tempo fa, un fenomeno quest’ultimo, a ben vedere, opposto al suo: ossia la traduzione del consenso in modo contrario ai rappresentanti politici. Salvini appunto piace, e piace sempre di più.

Questa semplice indagine sul nuovo senso democratico diretto della comunicazione, da me descritto recentemente anche su Aspenia, non esaurisce però l’analisi complessiva di questa novità.

Vi è un secondo punto, decisivo, che riguarda quello che Salvini effettivamente dice, i contenuti del suo messaggio. Se, infatti, il consenso superficiale è volatile, quello profondo è duraturo. Ma per avere un consenso duraturo bisogna che sia stata trovata la chiave di volta vera, la certezza unitaria, magari latente ma sostanziale, che muove la vita di una comunità.

Il motto “prima gli italiani”, ossia andare verso una dura affermazione della sovranità nazionale, sostenere con vigore una linea intransigente contro la clandestinità e contro la criminalità immigrazionista, ma anche difendere l’identità del popolo italiano, dal punto di vista dei valori tradizionali (pensiamo al Rosario, alle tesi sulla famiglia del ministro Fontana, eccetera) significa avere un pensiero forte, e non semplicemente giocare sulle suggestioni del momento o su strane ideologie. Salvini in questo è come Donald Trump e come Vladimir Putin: sta dentro la sua comunità e se ne fa immediato avvocato e portavoce.

Dietro tale abile modo di dare attualità ad un sentire diffuso si raccoglie un valore, a mio avviso, positivo e centrale della politica, forse indebitamente considerato sorpassato e snobbato dalle intelligenze colte. In primo luogo, la politica si occupa dello Stato. Non si dedica a risolvere problemi complessivi dell’umanità o a valorizzare interessi anche nobili ma specifici, di classe, di genere, di partito: tutti di rarefatta comprensibilità. Lo Stato è una comunità autosufficiente culturalmente e determinata storicamente, la quale costituisce in sé il principio e il fine di ogni azione autenticamente politica. Salvini ha capito quello che altri hanno ignorato: una nazione oggi, davanti a tante incertezze globali, ha bisogno di essere Stato e di sentirsi un soggetto unitario e distinto dagli altri.

Aver pensato che vi fossero delle priorità di tipo internazionale, economiche o umane, superiori a questa premessa statuale è la ragione per cui non soltanto Popolari e Socialisti hanno perduto consenso in Europa, ma l’Unione stessa è divenuta sgradita agli europei. Certamente, l’umanità è più di una nazione, sicuramente il mercato oltrepassa i confini, la cristianità è universale e non particolare, ma la politica no: la politica deve occuparsi degli interessi spirituali e materiali di un singolo popolo, ossia deve concentrarsi sulla realtà del suo Stato, senza andare oltre.

Il politico non gestisce il mondo, non deve pensare a riformare i costumi consolidati o a sostituirsi alla Chiesa, ma deve rappresentare la sua nazione come Stato e difenderne e promuoverne le prerogative d’insieme davanti agli altri Stati.

La ragione dunque del fatto che Salvini cresce nei consensi è che questo primato dell’Italia piace agli italiani, e che egli ne fa il perno della propria linea politica, facendo capire di non transigere su questo primato dello Stato-comunità.

Non so dare ricette per le alternative. È compito dell’opposizione e non degli analisti farlo. Ma di sicuro aver raccolto su di sé e sul suo partito questa polarità di consenso profondo, nel senso di una visibile esigenza sostanzialmente ed esclusivamente nazionale, è la ragione della sua ascesa politica e del suo attuale bagno di popolarità.

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