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E se Khalifa Haftar disertasse Palermo? In quella che ormai sembra diventata una corsa a ostacoli vera e propria, le ultime dichiarazioni del deputato libico Ali al Sadi e riportate dalla Stampa, si abbattono come un fulmine a ciel sereno sul faticoso lavoro diplomatico messo in campo dall’Italia negli ultimi mesi in Libia.

Un dubbio però, quello che ha cominciato ad aleggiare nell’aria nelle ultime ore, che verrà, si spera chiarito definitivamente nei prossimi giorni. Il maresciallo Haftar, infatti, secondo quanto riporta il media libico Arab21, avrebbe intenzione di sciogliere i nodi della questione discutendone con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. Niente è deciso, dunque. E d’altra parte gli stessi analisti interpellati sulla vicenda, come il libico Ahmed Ettouati, confermerebbero la volubilità del generale della Cirenaica riguardo le sue decisioni politiche, in base anche agli interessi più immediati verso i quali è più o meno coinvolto.

Dunque, l’opera di persuasione toccherà al presidente al Sisi, da tempo interessato approfonditamente della stabilizzazione dell’area. Proprio oggi, inoltre, il presidente egiziano si è espresso davanti al Consiglio della federazione russa (è la prima volta che questo accade ad un presidente straniero), manifestando la necessità di una soluzione politica nella regione libica. “La visione dell’Egitto per porre fine alla crisi in Libia si basa sulla soluzione politica e sulla necessità di raggiungere progressi nell’attuazione dei termini dell’iniziativa dell’inviato speciale dell’Onu in Libia (Ghassan Salamè), che finora non ha portato a dei risultati”, ha affermato al Sisi.

E tra i punti centrali della missione guidata da Salamè ricordati dal presidente egiziano c’è “l’unificazione delle istituzioni militari per consentire di svolgere i compiti di difesa del territorio libico e fronteggiare le minacce del terrorismo”. Una proposta che, si inserisce nell’ambito delle riunioni che coinvolgono l’Egitto da mesi al fine di unire i due eserciti libici a est e a ovest. Le autorità del Cairo, stando a quanto scritto dal quotidiano arabo al Arab al Jadid, d’accordo con la linea Onu, avrebbero però aggiunto all’unificazione militare anche gli ufficiali del passato regime di Gheddafi, insieme con la nomina di Haftar come nuovo capo del Consiglio militare, anche se con poteri limitati.

Le carte sono tutte sul tavolo, dunque, e l’Italia continua con concentrazione la sua missione di raccoglimento di più interlocutori possibili intorno al tavolo delle trattative palermitano. Solo ieri il vice ministro degli Esteri Emanuela Del Re era ritornata a Tripoli per continuare l’incessante azione di coinvolgimento di tutte le parti interne in campo. Sempre ieri, poi, dalla Francia, era arrivato il pieno sostegno alla conferenza. Un passo in avanti concreto dopo mesi di tensioni e disaccordo con Parigi che avevano innescato, tra le due nazioni europee, una sorta di competizione sul campo. Lo stesso Haftar, non molto tempo fa, sembrava essere predisposto ad una possibile partecipazione in quelli che sembravano, prendendoli con le pinze, animi leggermente più distesi.

La realtà, comunque, a quanto pare è diversa e molto più fragile di quanto si potesse immaginare. Il retroscena, proposto in un articolo della Stampa, fornisce esattamente contezza di quello che a quattro settimane dall’incontro di alto livello in programma a Palermo, preoccuperebbe gli organizzatori, non senza ragione.

“Questa conferenza non farà altro che acuire la crisi libica, perché ci sono Paesi come l’Italia che fanno di tutto per non risolverla”, ha infatti affermato Ali al Sadi al sito informativo libico Al Wasat. E, come se non bastasse, proprio come una catena, la possibile diserzione di Haftar e del presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk Saleh alla riunione, potrebbe provocare la conseguente mancata partecipazione di molti altri attori interni libici che si affiderebbero al generale. Inutile dire, poi, che senza la piena partecipazione degli attori interni, d’altronde, il senso stesso dell’appuntamento siciliano si affievolirebbe.

Il lavoro incessante del governo italiano per portare a termine l’immensa mole di lavoro necessaria per la piena riuscita dell’evento potrebbe, dunque, essere a rischio. E anche se l’azione italiana ha incassato il sostegno quasi unanime della comunità internazionale, facendosi forza, in particolare, del pieno appoggio degli Stati Uniti, il dubbio resta, tanto che anche nelle fila del governo di Al Serraj, si parlerebbe di chiedere all’Italia il rinvio della conferenza di almeno un mese.

L’influenza del generale della Cirenaica sul territorio libico genera un fattore di incertezza, e la sua possibile diserzione potrebbe causare non pochi problemi alla macchina organizzativa. Il significato intrinseco di Palermo resta, infatti, il dialogo con le parti interne alla Libia, la discussione degli attori coinvolti e, una ipotetica assenza di Haftar, come sottolineato sulla Stampa, potrebbe causa un’automatico boicottaggio dell’incontro da parte degli altri attori interni al territorio libico. E L’Italia, come la comunità internazionale tutta e chiunque abbia interesse a una stabilizzazione di una regione che fa fatica a mantenere saldo il timone della tregua.

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