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Du esplosioni hanno rotto il silenzio della notte alla base militare Mezzeh di Damasco. A saltare in aria, secondo le ricostruzioni dei media locali e russi, un deposito di munizioni. Come più volte successo in questi casi, c’è una ricostruzione ufficiale, diffusa dal regime, che parla di un incidente all’interno della polveriera, mentre una ufficiosa tira in ballo l’ennesima operazione israeliana.

Stavolta potrebbe essersi trattato di un missile, che potrebbe aver colpito il deposito sempre nel quadro dell’autodifesa che secondo Gerusalemme è il punto fondamentale con cui si approccia alla situazione siriana. Gli israeliani osservano costantemente quel che succede appena oltre il confine, e colpiscono quando ritengono che ci siano passaggi di armamenti preoccupanti ai gruppi armati che sostengono il regime. Su tutti Hezbollah, partito/milizia sciita libanese anti-ebreo e filo-iraniano, a cui Teheran passa armamenti (da usare quando sarà contro Israele) sfruttando il caos siriano.

E il momento d’altronde potrebbe essere buono. Verso la Siria si muovono armi, mezzi e interessi, perché con ogni probabilità nelle prossime ore partirà l’attacco su Idlib, l’enclave dove i governativi hanno raccolto le opposizioni armate nei mesi passati. Sarà la resa dei conti, la battaglia che chiuderà la guerra civile e sancirà definitivamente la vittoria del rais Bashar el Assad.

Gli elicotteri assadisti hanno già fatto cadere sulle aree abitate i volantini che invitavano alla resa, perché “niente potrà fermare l’esercito”: ed è questo il punto. Ci sono decine di migliaia di civili, oltre ai combattenti, e le organizzazioni umanitarie hanno lanciato l’allarme sulle uccisioni di innocenti (durante i bombardamenti governativi, spesso eseguiti senza discriminazione dei bersagli e spesso usando le azioni contro i civili come pressione psicologica). E poi c’è l’attesa per i tanti profughi previsti; più di un quarto dei quasi tre milioni di abitanti di Idlib sono sfollati provenienti da altre aree della Siria già riconquistate dal regime.

Anche il Papa, oggi all’Angelus, ha chiesto alla comunità internazionale di evitare una nuova catastrofe. “Questo fa dolore: spirano ancora venti di guerra e giungono notizie inquietanti sui rischi di una possibile catastrofe umanitaria in Siria, nella Provincia di Idlib”, ha detto Francesco: “Rinnovo il mio accorato appello alla Comunità internazionale e a tutti gli attori coinvolti ad avvalersi degli strumenti della diplomazia, del dialogo e dei negoziati, nel rispetto del Diritto umanitario internazionale e per salvaguardare le vite dei civili”.

C’è una strategia per l’operazione militare, si partirà da Jisr al-Shughour, per poi scendere alle fasce di territorio lungo l’arteria autostradale Damasco-Aleppo. In mezzo al piano siriano, studiato con gli alleati nevralgici (Iran e Russia) gioca un ruolo importante la Turchia, che ha avuto interessi nell’appoggiare i ribelli. Il 7 settembre è prevista una riunione di massimo livello tra Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdogan e Hassan Rohani a Teheran. Lì, se non parte prima l’attacco, potrebbe essere trovata la quadra politica per l’attacco.

L‘operazione su Idlib trova legittimazione nell’azione contro i gruppi jihadisti (su tutti l’ex Fronte al Nusra, ossia la filiale qaedista siriana), ma è anche la soluzione finale con cui Assad cancellerà l’opposizione sunnita, in una “mega […] pulizia etnica da parte di sciiti ed alawiti“, come l’ha definita Maurizio Molinari, direttore de La Stampa, e chiuderà il capitolo della guerra.

“Questo spiega perché ciò che sta maturando a Idlib riassume le contraddizioni della guerra civile siriana: a combattere i jihadisti è un regime sanguinario che punta a sottomettere brutalmente i sunniti, ovvero la maggioranza della popolazione, per aiutare l’Iran degli ayatollah ad estendere la sua influenza sul Medio Oriente. È il doppio volto di un conflitto brutale che ha già trasformato la Siria in un deserto di macerie”, scrive Molinari.

 

idlib

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