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C’era mezzo governo – Luigi Di Maio, Paolo Savona, Danilo Toninelli, Barbara Lezzi, Giulia Buongiorno, Giancarlo Giorgetti – martedì scorso nella sala verde di Palazzo Chigi, ad ascoltare dalla viva voce del premier Conte quello che si sta facendo per favorire gli investimenti: codice degli appalti, riforma del fisco, riforma del codice civile, massiccio piano di semplificazione burocratica. A precisare l’entità degli investimenti pubblici era Giovanni Tria medesimo: 15 miliardi nel triennio oltre ai 5,7 miliardi già stanziati, quindi in totale 20,7 miliardi.

A sentirli erano state convocate le imprese di Stato: oltre a Cdp, e all’eletta schiera delle sue partecipate – Terna, Snam, Saipem, Italgas, Fincantieri, Ansaldo Energia – c’erano quelle di cui lo Stato, da solo o con Cdp, è azionista di riferimento: Enel, Openfiber, Ferrovie, Leonardo, Eni, Poste. Perfino Tim aveva ricevuto una convocazione, poi disdetta: per i maligni, un lapsus freudiano.

Quali le ragioni di un simile vertice? Capita che un governo usi il suo soft power e magnifichi i provvedimenti che ha preso al fine di creare aspettative favorevoli agli investimenti. È vero che, per farlo, il modo più diretto sarebbe eliminare le incertezze e le preoccupazioni per il futuro, che si sommano al normale rischio d’impresa. Ma è anche vero che, in 70 anni, raramente questi timori sono stati maggiori, e più giustificati, di quanto oggi non siano, e che il governo non perda occasione, invece di ridurli, di aumentarli vieppiù. Sia come sia, se questo era l’obiettivo, perché il governo non ha pensato di rivolgersi a una platea più vasta di imprenditori, di chiamare anche i più significativi tra quei privati che, non ce lo dimentichiamo, sono quelli che finora hanno tenuto a galla questo Paese?

E invece il governo, oltre a Cdp, ha convocato solo le aziende di cui è azionista di riferimento, e di cui nomina i vertici. Ma non per proporre una strategia vantaggiosa di cui possano approfittare tutti gli azionisti, compresi quanti, acquistando le azioni di quelle aziende, sono diventati soci dello Stato a cui hanno affidato la gestione. Il governo ha convocato quella riunione per comandare. Ancora una volta, quando lo Stato entra direttamente nella gestione di imprese, scatta il conflitto di interessi, tra quelli del politico e quelli del gestore.

La buona notizia è che i responsabili di queste aziende hanno fornito le risposte appropriate: la promessa di investimenti aggiuntivi fatti dall’insieme delle aziende extra-Cdp si ridurrebbe a un paio di miliardi di euro, il minimo di riguardo: sia le aziende quotate sia quelle che aspirano ad esserlo, tutte avrebbero fatto presente la necessità di restare coerenti con i piani presentati e in corso di presentazione ad analisti e investitori.

Ma con questo le buone notizie son finite. Prima di tutto perché appare manifesta la radicale, vorrei dire abissale, differenza tra chi opera sul mercato e chi pensa di avere in mano le leve per comandare l’economia. Chi vive sul mercato sa che gli investimenti sono una scommessa sul futuro, sulle opportunità che si apriranno e sui rischi che si corrono. Gli investimenti non sono “buoni” a prescindere: dipende da che cosa andranno a produrre e realizzare, dal quanto e a che prezzo i consumatori domanderanno quei prodotti, da come la concorrenza ha sfruttato opportunità simili o se ne ha create di diverse. Di investimenti ce n’è di giusti e di sbagliati: il bravo imprenditore è quello che riesce a fare quanti più possibili investimenti del secondo tipo, e quanti meno del primo. L’iniziativa del premier Conte invece è rivelatrice di una mentalità diversa: se gli investimenti creano occupazione e crescita del Pil, perché non farne semplicemente il più possibile? E se le aziende pubbliche sono, per l’appunto, pubbliche, perché non ordinare loro di investire, punto e basta? Vien da chiedersi che cosa avranno pensato i convenuti il giorno dopo di quanto riportavano i giornali, e cioè che il governo ha deciso di nazionalizzare Alitalia: un esempio da seguire, investendo senza star tanto a sofisticare sulla convenienza? Oppure un “quia sum leo”, che valga da monito per tutti? Appare quasi un atto dovuto la manifestazione di interesse, che consente di vedere i dati, prontamente fornita dal presidente di Ferrovie, nominato da questo governo.

A dar ragione al governo ci aveva già pensato la banca dello Stato, la Cdp. Se le controllate direttamente o congiuntamente dallo Stato, Enel, Ferrovie. Leonardo, Eni e Poste sono state strette di manica, la Cassa invece prevede 13 miliardi di nuove attività per le imprese “sue”, oltre il 2% del Pil in più di quanto già programmato. All’apparenza, solo perché il governo l’ha chiesto. Poco conta che anche lì si tratti di aziende quotate, come Terna e Snam; Cdp sente l’impegno di “buttare il cuore oltre l’ostacolo” e di trascinare gli altri. Con questo confermando di essere davvero, nel suo (per ora) piccolo, la nuova Iri. Quella per cui la programmazione economica “crea le condizione essenziali per un alto assorbimento di mano d’opera” (Rumor nel 1949); per cui, contro il parere dei tecnici dell’Ilva, si decide di fare a Taranto il quarto centro siderurgico (Segni nel 1956); per cui le assunzioni nella neocostituita Alfasud debbono essere fatte secondo un sistema di contingenti assegnati in Campania in base a criteri di “giustizia distributiva” (Donat Cattin 1970). Più che investimenti, si trattò, in tutti questi casi, di “spese”. Speriamo che, cinquant’anni dopo, l’opinione pubblica abbia imparato a intendere la differenza.

La politica industriale all’epoca dei due populismi. Ma non abbiamo imparato proprio niente?

Di Franco Debenedetti

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