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Un corpo che non si trova, un presidente con le mani legate e un segnale a tutti che la lotta per la spartizione del Medioriente continua senza esclusione di colpi.

“L’affare Khashoggi” ormai non riguarda più solo Turchia e Arabia Saudita, ma tutti i Paesi che affacciano sul Mediterraneo, perché di mezzo ci sono anche gli Stati Uniti e perché la vera battaglia è fra i blocchi contrapposti capeggiati da Washington da una parte e Mosca dall’altra.

L’unica certezza è che di Khashoggi si sono perse le tracce da una settimana e che ormai ne possiamo purtroppo parlare solo al passato. Il giornalista era scappato un anno fa dall’Arabia Saudita, dove aveva ricoperto anche incarichi di consulenza per il governo precedente, per fuggire dal principe ereditario Mohammed Bin Salman, su cui era molto critico. Vicino ai Fratelli Musulmani, Khashoggi scriveva regolarmente sul Washington Post e conosceva il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan da tempo.

Riad continua a sostenere che il reporter sia stato nel Consolato Generale solo pochi minuti. Il tempo di ritirare alcuni documenti che gli permettevano di risposarsi con la sua fidanzata turca. Il problema è che Khashoggi da quel consolato non è mai uscito. Vivo, almeno. Oggi è stato diffuso un video con gli ultimi minuti del giornalista, mentre entra al Consolato Generale saudita di Istanbul. Per il resto è il buio.

Purtroppo, da giorni, gira una ricostruzione della sua sorte che sembra verosimile quanto atroce. Il giornalista sarebbe stato ucciso all’interno del consolato da una task force arrivata apposta da Riad quel giorno e ripartita subito dopo la sua scomparsa. Il suo corpo sarebbe stato fatto a pezzi e disperso in diverse zone di Istanbul in modo da non essere ritrovato.

Un’ipotesi terribile, che però sembra sempre più probabile e davanti alla quale iniziano a farsi sentire anche gli Usa, dove Khashoggi aveva cercato riparo dall’ira di Bin Salman. A Istanbul da giorni la stampa turco-araba organizza manifestazioni di protesta davanti al consolato, chiedendo allo Stato turco di intervenire.

Erdogan, domenica scorsa, dall’Ungheria aveva rilasciato dichiarazioni di toni molto secchi, che però sono progressivamente smussati nei giorni successivi. La posizione ufficiale turca in questo momento è di attesa degli esiti delle indagini. Dove però con un cadavere che non si trova e che se tutto va bene non verrà trovato mai, sarà molto difficile che possano avere un epilogo ufficiale.

Quello che sembra ormai certo, invece, è che l’orribile sorte di Khashoggi, abbia avuto una doppia finalità. Togliere di mezzo un oppositore scomodo, influente, potenzialmente pericoloso e mandare un messaggio a Erdogan. Il fatto che il reporter sia stato fatto sparire proprio a Istanbul, significa che l’Arabia Saudita non solo non teme l’esuberanza diplomatica di Ankara e il suo riposizionamento con l’Iran, ma che in tutta questa ridefinizione del Medioriente è l’anello debole della catena.

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