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“Non fate le vittime”, dice il vice premier italiano e ministro di Lavoro e Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ai giornali: “Abbiano almeno la decenza di sapere che il ministro dello Sviluppo economico non ha nessun potere per chiudere un giornale e meno male” (come se davvero la cosa fosse solo questione di poteri, potesse). È la seconda tranche di una polemica innescata dopo l’annuncio di un piano di ristrutturazione con tagli, a cui il leader grillino aveva risposto: “Gli esuberi? Nessuno li legge più [i giornali] perché ogni giorno passano il tempo ad alterare la realtà e non a raccontare la realtà”.

Non c’è niente di nuovo: l’attacco ai giornali fa parte di toolset che va di moda. Per il presidente americano, Donald Trump, per esempio, sono “i nemici del popolo”, e usa attacchi continui a colpi di “fake news media” per respingere le critiche o più semplicemente bersagliare – davanti agli occhi soddisfatti dei suoi fan – tutta quella stampa colpevole di dare una copertura non asservita alla sua Casa Bianca (in pratica, negli Stati Uniti, finisce nell’insieme la gran parte dei media, dal New York Times al Washington Post, perché è impossibile che prima o poi un’amministrazione non commetta uno scivolone da stigmatizzare: va escluso il Wall Street Journal, tollerato perché di proprietà di Rupert Murdoch con cui Trump ha da poco fatto pace, e Fox News, che è il covo della propaganda più glitterata e bacino culturale per diversi membri dell’amministrazione).

Come detto, certe posizioni incontrano perfettamente il consenso del popolo: sono politicamente ed elettoralmente proficue. Due giorni fa, all’inizio della polemica, Ezio Mauro, l’ex direttore di Repubblica – che è al centro della questione per via che è il gruppo editoriale Gedi di cui fa parte (e che edita anche l’Espresso) a essere stato attaccato dal vice premier per via degli esuberi – scriveva su Twitter: “Di Maio, i giornali sono al mondo per raccontare la vostra ascesa, il vostro potere, la vostra caduta: com’è successo sempre”. Tenore delle risposte: “Cadrà prima lei ed il suo lurido padrone tessera numero 1 del #PDladri scommettiamo?”.

Ieri Repubblica ha chiesto di acquistare il giornale in segno di solidarietà contro i commenti minacciosi di Di Maio, che la Federazione nazionale della Stampa italiana definisce “insulti del vicepremier Luigi Di Maio ai giornalisti di Repubblica e dell’Espresso” inquadrandoli come “l’ennesima dimostrazione del disprezzo nutrito nei confronti dell’informazione libera e del ruolo che questa è chiamata a svolgere in ogni democrazia liberale”. Al post sulla pagina Facebook del giornale il ritmo delle risposte era in escalation: “Ho deciso di comprare i Rotoloni Regina, costano meno e sono più affidabili”, “Siete dei ciarlatani finiti […] le solite vittime”, “Repubblica è responsabile di una campagna filo-immigrazionista condotta in malafede”.

Trump ha iniziato questo genere di attività già ai tempi della campagna elettorale: lamentava, come faceva anche il M5S, di non avere un’adeguata copertura televisiva, anche se dai dati non era vero. È una strategia profonda, che serve per crearsi un riparo nel momento in cui arrivano critiche o inchieste scottanti. La colpa è degli altri, di un qualche complotto, che usa i giornalisti prezzolati per non volerci qui. Per esempio, ieri, durante una visita in Germania, Di Maio è stato incalzato dalle domande della corrispondente di Repubblica Tonia Mastrobuoni dopo aver dato ai giornalisti alcune affermazioni vaghe sui mercati e sul Def, ed è finito per rispondere in modo ancora più vago alludendo a strani (secondo lui) giri tra Fondo europeo di stabilità finanziaria e Commissione europea per far salire lo spread in risposta alla manovra giallo-verde; su internet Mastrobuoni è stata accusata per aver messo in difficoltà il vice premier, con commenti della gente del governo del tipo “Mastrobuoni: metafora dell’arroganza cialtrona del giornalismo italiano”.

Però certe uscite arrivano in un momento piuttosto delicato, e sembrano per questo stonare, inopportune. Da diversi giorni il noto opinionista saudita Jamal Khashoggi, fondista per esempio del Washington Postè scomparso: era entrato dentro il consolato del suo Paese d’origine a Istanbul e non è mai più uscito. Secondo la polizia turca che presidia per sicurezza il perimetro dell’edificio consolare, il giornalista è stato “fatto a pezzi” (dettaglio macabro, ma letterale) all’interno del posto diplomatico – dove si trovava per presentare i documenti del suo divorzio e successivo matrimonio con una donna turca. Riad smentisce, ma c’è un contesto pesante su cui dovrà fare chiarezza in modo trasparente: Khashoggi, un tempo consulente dell’ex ambasciatore americano e capo dell’intelligence saudita, Turki al Faisal, è attualmente un dissidente che vive protetto negli Stati Uniti da un anno (ossia da quando Mohammed bin Salman è salito al potere) ed è una delle più rinomate tra le voci critiche contro il regno – tra l’altro aveva già dichiarato di essere convinto che la nuova leadership saudita volesse eliminarlo.

La vicenda è molto complessa, non c’è niente di certo e non è assolutamente detto che i sauditi lo abbiano eliminato come dicono le autorità turche: forse non sapremo mai la verità, ma quanto meno si registra un clima non proprio adatto per attaccare i giornali e i giornalisti. Di più: sabato scorso, a Ruse, nel nord della Bulgaria, è stato trovato in un parco il corpo senza vita di Viktoria Marinova, nota giornalista televisiva bulgara che si è occupata di molte indagini delicate. È stata violentata e poi uccisa con un colpo alla testa. È la terza importante giornalista europea a morire in circostanze poco chiare nel giro di un anno: ad agosto del 2017 era stata uccisa la giornalista danese Kim Wall mentre si trovava a bordo di un sottomarino dell’imprenditore/inventore Peter Madsen. Ad ottobre dello scorso anno un’autobomba aveva ammazzato la maltese Daphne Caruana Galizia, famosa per le sue inchieste anti-corruzione.

Tre buone ragioni per dire che i giornalisti bisognerebbe proteggerli. Quando non lo si fa, si rischiano derive terribili.

difesa commissione sanzioni

Caro Di Maio, ecco perché non è incoraggiante attaccare i giornalisti

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