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Proviamo a riavvolgere il nastro. Sono passate poco meno di due settimane dalla tragedia che ha colpito la città di Genova. Il crollo del ponte Morandi il 14 agosto ha causato 43 morti mentre è diminuito il numero dei feriti ancora ricoverati negli ospedali liguri. I lavori di demolizione del viadotto potrebbero iniziare i primi giorni di settembre, dicono gli esperti, attraverso un mix tra l’utilizzo di microcariche esplosive e smontaggio.

Il disastro richiederà senz’altro una risposta forte da parte delle Istituzioni e dei soggetti privati coinvolti, a partire dall’inchiesta della magistratura che dovrà essere per quanto possibile rapida e severa. Perché, se il bilancio è inequivocabile, qualche considerazione può essere fatta a mente fredda sulla gestione dell’emergenza da parte dei vari attori coinvolti. Vediamo cosa è successo.

A temere di finire sul banco degli imputati, le prime dal crollo, è stata la maggioranza di governo, in particolare il fronte dei 5 stelle a causa delle posizioni oscurantiste tenute in passato sulle infrastrutture e in particolare per aver detto no alla Gronda, l’infrastruttura che avrebbe avuto il compito di alleggerire il traffico sul ponte. Ma è stato semplice individuare un capro espiatorio.

Realizzato infatti che l’obbligo della manutenzione era in capo ad Autostrade, la maggioranza ha tirato un respiro di sollievo e il gruppo dei Benetton è diventato il bersaglio a cui imputare tutte le colpe. Persino quella di freddezza, distacco e falle nella comunicazione. Tanto che quasi come sommerso dalla stessa polvere delle macerie è finito il comunicato con cui la società privata esprimeva il suo cordoglio alle vittime del disastro solo qualche ora dopo la tragedia.

I vertici di autostrade senza dubbio alcuno saranno indagati e chiamati a rispondere di ipotesi di reato molto gravi. E questo può bastare. Ma la risposta di Autostrade per l’Italia, un piano per Genova di 500 milioni, seppur considerato insufficiente dal presidente del consiglio Conte, è arrivata a distanza di quattro giorni. Era suo dovere farlo, s’intenda, ma non sempre altre istituzioni pubbliche stanno facendo altrettanto.

Ma a pagare i danni di tanto clamore politico non saranno solo i Benetton, che controllano Atlantia. Effetti a pioggia ricadono sugli altri investitori, compresi i cinesi di Silk Road con cui il governo vorrebbe fare nuovi deal. Non proprio dunque un buon biglietto da visita per l’Italia che in questi giorni, con il ministro Tria in Cina, cerca nuovi investitori disposti ad investire nel suo debito.

Al centro del dibattito è tornata così l’ipotesi nazionalizzazione. Seppur il ritorno all’Anas, che non è campione di efficienza, e quel ponte lo aveva perfino costruito, ha fatto emergere un atteggiamento del governo gialloverde in linea con il modello venezuelano, con un ruolo dello Stato, lo abbiamo sottolineato in più occasioni su Formiche.net, che ci riporta indietro decenni oltre a non far sperare in buoni frutti.

E l’ipotesi non deve essere risultata del tutto infondata, tanto è vero che si è passati dalla nazionalizzazione al vaglio di un possibile coinvolgimento di Cdp in Atlantia, che come svela Repubblica oggi potrebbe convertire in azioni il suo credito nei confronti del gruppo stimato in 1,7 miliardi di euro.

La strada per riportare Genova, e lo stato delle infrastrutture italiane, alla normalità è ancora lunga. E il dubbio che viene è che possa ripetersi un caso simile alla nave Diciotti. Con un governo concentrato sulle accuse e la ricerca di un capro espiatorio, che alla fine viene salvato dal soggetto con cui più di tutti si era scagliato politicamente.

E se nel caso degli immigrati trattenuti nel porto di Catania è arrivata la mano santa della Chiesa e dei vescovi italiani, seppur siano stati per mesi la voce più critica contro le politiche di Salvini sull’immigrazione, nel caso di Genova non è da escludere che alla fine a togliere le castagne dal fuoco sia proprio la società Autostrade, con o senza Cdp al suo interno.

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