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Le reazioni al tragico incidente di Genova (al suo contorno: isterie politiche, funerali, prime indagini, storie di vittime e testimoni), così come quelle legate all’ultimo caso che riguarda la nave “Diciotti” della Guardia Costiera (e la Guardia Costiera in sé), sono un ottimo spunto per valutare i dati pubblicati pochi mesi fa da uno studio del Pew Research Center, istituto di analisi statistiche tra più importanti al mondo.

Nello studio, che come prima conseguenza dovrebbe portarsi dietro un mare di interrogativi tra gli addetti ai lavori del mondo del giornalismo, si parla di fatti, media e democrazia: i ricercatori americani hanno messo a confronto i dati estrapolati da indagini in Europa occidentale (paesi coinvolti: Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e il Regno Unito) e valutato che l’opinione sulla qualità dei media è comunque strettamente legata all’avere o meno “tendenze populistiche”, così le chiamano per inquadrare il set di elettori che per esempio in Italia sostiene l’attuale governo giallo-verde (col beneficio della semplificazione di un fenomeno complesso, ma anche per stessa ammissione di due dei leader politici dei due partiti: “Sono e rimarrò orgogliosamente populista”, Matteo Salvini, 5 marzo 2018; “Sono orgoglioso di essere un populista, se la parola persone ha ancora senso”, Giuseppe Piero Grillo, “Convesando con Correa“, 5 luglio 2018).

Il Pew spiega che la fiducia nei mezzi di informazione – che qui vengono intesi quelli mainstream – è minore in coloro che “apprezzano le opinioni populistiche”, ed è una differenza più marcata che quella tra chi è di destra e chi di sinistra – come dire che anche in questo caso, la sostanziale distanza tra i corpi politici sta in chi apprezza certi modi di fare politica, quelli urlati contro l’immigrazione e a favore della sovranità nazional-populista per dire, e gli altri. In tutti gli otto paesi analizzati – che rappresentano circa il 69 per cento della popolazione dell’Unione europea e un valore pari al 75 dell’economia dell’UE – i populisti danno voti minori ai media per la copertura di questioni specifiche come immigrazione, economica, criminalità.

Prima di andare avanti, l’istituto dà una spiegazione su cosa intende per populismo e visioni collegate: si basa essenzialmente sui principali studi accademici sul populismo, che identificano coerentemente alcune idee chiave come alla base del concetto, per esempio “la volontà popolare è la principale fonte di legittimità del governo”, o “il popolo” e “l’élite” sono due gruppi omogenei e antagonisti, e “il popolo” è buono, mentre “l’élite” è corrotta (citazioni bibliografiche: Stanley, 2011; Akkerman, Mudde, & Zaslove, 2014; Schulz et al., 2017).

Per inquadrare gli individui a “tendenze populistiche”, il Pew ha posto domande specifiche attentamente studiate: hanno chiesto agli intervistati se pensano che le persone comuni potrebbero fare un lavoro migliore degli eletti e risolverebbero meglio i problemi del paese; poi hanno chiesto alla gente se crede che gli eletti si prendano cura o meno di “persone come me”. A risposte affermative alle domande conseguono “opinioni populiste” (è una metodologia statistica, di per sé rappresentativa di un campione e non assoluta, spiegata qui).

In Spagna, Francia, Regno Unito e Italia soltanto un quarto delle persone con questo genere di visioni ha fiducia nel mondo dell’informazione – non è un caso: l’attuale vicepremier e ministro Salvini ha per esempio indicato i giornalisti come una “pessima razza” (14 marzo 2017) indicandoli anche come suoi nemici (per esempio in un acceso confronto al parlamento europeo di Strasburgo poco dopo il risultato elettorale che lo ha portato a essere il terzo partito italiano); mentre l’altro partito di governo, il Movimento 5 Stelle, sembra abbia addirittura una strategia contro i giornalisti non compiacenti.

In generale, dai dati emerge che soltanto il 32 per cento degli italiani ha “molta” o “totale” fiducia nei media: d’altronde il nostro è il paese in cui il sottosegretario all’Interno, quota M5S, intervista dal Corriere della Sera, in una domanda a proposito di un suo tweet riguardante la (non, secondo lui) veridicità dello sbarco sulla Luna, frutto di un complottone organizzato dall’allora governo americano tramite media compiacenti, ha risposto che “Come dice Gianna Nannini: Sei nato nel paese delle mezze verità… ” (21 giugno 2018).

L’Italia è anche il paese in cui gli “adulti” prendono più notizie direttamente dai social network, soprattutto Facebook: circa il 50 per cento – e le echo chamber moltiplicano quelle che in molti casi sono notizie false, passate da siti improbabili, o frutto di alterazioni tramite operazioni informative capziose e diffuse anche semplicemente via meme (sul tema c’è una ricerca che fa da riferimento redatta da un esperto italiano, Walter Quattrociocchi, attualmente ricercatore all’università Ca’ Foscari di Venezia).

Il 32 per cento degli italiani afferma di non prestare attenzione da dove arrivano le notizie su Facebook o altre piattaforme di social media – ossia, non verificano nemmeno se i siti di provenienza siano testate giornalistiche regolarmente registrate o meno.

Tra gli otto paesi valutati, l’Italia è quello in cui i mezzi di informazioni vengono considerati “importanti” dalla percentuale più bassa di popolazione: il 75 per cento, con il 34 che li considera molto importati – in Svezia, Germania, Danimarca e Spagna, le percentuali si aggirano attorno al 90 per cento, simile a noi solo la Francia, col 76. Tra i populisti italiani, solo il 29 per cento considera i media “very important“.

È una tendenza, se si vuole leggerla col mezzo gaudio del mal comune, non solo italiana: per esempio, in queste settimane il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha comportamenti molto vicini alle definizioni di populismo, sta conducendo una guerra contro “i giornalisti nemici del popolo”, colpevoli secondo lui di fare uscire notizie non solo positive sull’amministrazione.

In Italia, partiti come il M5S e la Lega hanno più volte accusato i media di sabotare la loro azione di governo – e lo hanno fatto anche in campagna elettorale, alzando denunce sulla scarsa copertura mediatica ricevuta dalle loro istanze (i fatti dicono il contrario, ma soprattutto è il loro stesso risultato vittorioso a dargli torto: tra gli elettori sono passati eccome i loro messaggi).

Nell’ultima fase di questo scontro continuo con i giornali, i due vicepremier e leader politici, cofirmatari del contratto di governo, sostengono che i media stanno cercando di esacerbare le loro differenze per metterli l’uno contro l’altro e aprire una spaccatura che potrebbe far cadere il governo (Luigi di Maio, “L’Aria che Tira”, 6 luglio 2018: in quell’occasione ha anche detto che quello che si era letto in un giornale era “falso, tanto per cambiare”).

Dove c’è sfiducia nei media, c’è populismo (e viceversa). Lo studio Pew

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