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Uno dei limiti più vistosi della comunicazione contemporanea è quello di alimentare un eccesso di chiacchiera e di discorsi abbreviati proprio sulla comunicazione. Viviamo un’apparente alluvione di stimoli e una mirabolante moltiplicazione di piattaforme, capaci di dare l’illusione che, mai come oggi, ci sia un accesso di massa al bene-informazione. Stiamo assistendo al tempo del festival delle notizie: carta, digitale, web e social network. Un caleidoscopio in cui, almeno in qualche misura, tutti possono leggere tutto.

È davvero informazione lo sterile approvvigionamento delle notizie? Ed è davvero una rivoluzione il fatto che la Rete dia a tutti la stolta sensazione che scelgono loro le notizie, arrivando dunque all’agognata democrazia delle news? I profeti che hanno teorizzato la disintermediazione sono in realtà intellettuali da strapazzo che si limitano puntualmente a cantare la bellezza dei tempi nuovi.

In realtà è sempre più chiaro che la disintermediazione è una variante della disinformazione, la truffa di sentirsi in linea con gli altri e con il tempo in cui viviamo. La crisi di motivazione nei confronti del giornalismo è stata mascherata da un’apparente maggiore informazione degli utenti attraverso i social. Ma la rapidità con cui gli utenti sono bombardati da notizie rischia di privilegiare una collezione di post in una raccolta infinita di punti del supermarket il cui premio è commentare tutto prima degli altri. Da Cambridge Analytica in poi, questo fenomeno di informazione apparente è in crisi e non è detto che proprio la molteplicità di fake e hate speech non riapra la vertenza dell’informazione di qualità.

Ecco, dunque, la necessità di rilanciare due parole-chiave. La prima è sostenibilità sociale del giornalismo intesa come necessità di allargare la consapevolezza di un’informazione certificata e di qualità. È indubbio che ci sia un cluster sociale che vive la percezione di un bisogno inappagato di notizie di qualità, destinato ad aumentare anche per l’impatto della intellettualizzazione e per le conseguenze dell’alta scolarizzazione. Si tratta di smetterla di cantare la retorica della disintermediazione, e dimostrare che la storia non solo recente del giornalismo indica il bisogno di ritornare alla verifica delle fonti e alla certificazione del bene-informazione.

Occorre denunciare una sorta di soggezione agli algoritmi, sostenuta dall’impossibilità di organizzare da soli la gerarchia delle notizie e dall’inconsapevole accettazione passiva della mistica dei big data. Solo in questo modo si affronta la necessità di un riequilibrio tra modelli di informazione precotti a livello globale e scelte più attente alle identità nazionali.

La seconda parola-chiave è sostenibilità economica del giornalismo. Smaltita la sbornia di costruire ognuno il proprio menù informativo, è venuto il momento di dire la verità sul fatto che l’informazione certificata costa, per la buona ragione che essa serve non solo a mantenere in vita una professione irrinunciabile per la democrazia e la modernità, ma soprattutto perché diventa un valore relazionale e di scambio degli utenti e dei lettori. E non ci stancheremo mai di dire che noi, abitanti a vario titolo del continente della comunicazione, non possiamo accettare la sconfitta di una partecipazione che oggi sembra ammutolita ed esausta.

Ricominciamo allora dall’informazione, sollecitando un dibattito pubblico che restituisca la sensazione di essere servizio pubblico essenziale, e dunque aspirare, ancora una volta, a diventare centrale. Su questo tracciato, i talk show e l’informazione-spettacolo hanno avuto il merito storico di allargare i confini del pubblico, ma se oggi concorrono a rendere l’informazione irriconoscibile, il prezzo è davvero troppo alto.

E la prova più vistosa consiste nella tendenza, sempre più plebea e circense, agli applausi in studio. Che c’entrano con l’informazione?

(Articolo pubblicato sul numero di Formiche numero 138 di luglio 2018)

Comunicazione informazione

È davvero informazione lo sterile approvvigionamento delle notizie?

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