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Il governo cinese avrebbe rispedito al mittente la richiesta americana di limitare, se non chiudere, il proprio approvvigionamento di petrolio dall’Iran, paese con cui gli Stati Uniti di Donald Trump hanno riaperto il confronto uscendo dal Nuke Deal dell’era obamiana e avvisando sull’imminente re-introduzione di tutto il pacchetto di sanzioni (tra cui molte sul settore energetico) alzate proprio nel 2015, dopo l’accordo multilaterale – firmato anche dalla Cina – sul congelamento del programma nucleare.

Pechino, secondo due alti funzionari cinesi sentiti dalla Bloomberg, ha fatto sapere (per ora in forma anonima, anche se nel sistema chiuso del potere cinese difficilmente escono spifferate alla stampa non programmate) che davanti alla richiesta di Washington ha deciso di non aumentare il proprio import petrolifero da Teheran, ma non lo taglierà.

Gli americani speravano che le pressione sulla Cina, con cui hanno ingaggiato un confronto globale che passa dal commercio ma ricopre un ampio set di sfaccettature, potessero portarla ad accettare per così isolare ulteriormente Teheran. Gli Stati Uniti sono in una fase di contrasto aspro, molto aggressivo anche verbalmente, contro la Repubblica islamica: accusata di fomentare odio e divisione in Medio Oriente attraverso un avventurismo geopolitico, spinto nella regione tramite forze proxy diffuse in diversi paesi – e inoltre, gli ayatollah, secondo Washington, non avrebbero mai del tutto chiuso il proprio programma nucleare, continuandolo in segreto, e contemporaneamente portando avanti la ricerca in ambito missilistico (vettori che, una volta scaduti i termini del deal, potrebbero essere usati per trasportare testate).

Una postura che gli americani condividono con gli alleati di ferro nella regione: Arabia Saudita, Emirati Arabi, Israele.

La Cina importa però più petrolio iraniano di qualsiasi altro paese, e rappresenta più o meno il 30 per cento dell’export petrolifero dell’Iran. Un dato che rende piuttosto evidente come mai Pechino non vuole rinunciare alla sua quota, e Teheran non perdere l’ottimo cliente. Gli Stati Uniti, fin da quando hanno annunciato la decisione di uscire dal deal, hanno cercato di convincere gli altri stati di rinunciare ai link commerciali con gli iraniani.

L’operazione è complicata, nonostante Washington stia cercando di supportarla pressando sulla reintroduzioni di alcune sanzioni specifiche – e fissando anche una deadline, il 4 novembre – il deal aveva rimesso in piedi relazioni economiche interessanti, e tecnicamente l’uscita americana non l’ha del tutto affossato.

L’Unione europea ha cercato di giocare di sponda con la Cina anche su questo dossier, cercando di creare un sistema di protezione che potesse difendere i propri interessi; alcune aziende europee, come la Total, hanno comunque annunciato di rinunciare al proprio business iraniano per non correre il rischio di cadere in sanzioni secondarie negli Stati Uniti.

La questione è chiaramente complicata dalle relazioni internazionali: per esempio, mentre la Cina si rifiuta di seguire gli ordini/consigli di Washington, l’India sembra allinearsi. A febbraio il ministro del Petrolio iraniano, Bijan Zanganeh, aveva annunciato a febbraio che le relazioni con gli indiani sarebbero cresciute come mai prima nel 2018 (obiettivo 500mila barili di export), ma il governo di Nuova Delhi, più allineato con gli Stati Uniti, ha annunciato di essere intenzionato a ridurre le proprie forniture.

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