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Dopo anni di negoziati serrati, tredici round formali e notti insonni a Ginevra, è nata la bozza del primo trattato pandemico globale. Il testo, lungo 32 pagine, sarà sottoposto a maggio all’Assemblea mondiale della sanità e rappresenta il tentativo più ambizioso della comunità internazionale di evitare che si ripetano gli errori del Covid-19. L’obiettivo è chiaro: prevenire, prepararsi e rispondere meglio alle prossime crisi sanitarie globali.

L’accordo introduce misure quali un sistema globale di Pathogen access and benefit sharing (Pabs), impegni per la diversificazione geografica della ricerca, trasferimenti tecnologici “reciprocamente concordati”, una rete internazionale per logistica e forniture mediche e una forza lavoro sanitaria formata e reattiva. Il tutto guidato dai principi di equità, trasparenza e solidarietà. E con una clausola che ribadisce la sovranità degli Stati, l’Oms non potrà imporre lockdown, obblighi vaccinali o chiusure dei confini.

“Le nazioni del mondo hanno scritto la storia oggi a Ginevra”, ha dichiarato il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, celebrando il consenso raggiunto. “Non solo hanno dato vita a un’intesa generazionale per rendere il mondo più sicuro, ma hanno anche dimostrato che il multilateralismo è vivo e vegeto, e che, in un mondo diviso, le nazioni possono ancora lavorare insieme per trovare un terreno comune e una risposta condivisa a minacce condivise”.

UN SUCCESSO DELLA DIPLOMAZIA DELLA SALUTE

“È un successo della diplomazia della salute, che ha faticato per anni per arrivare a questo risultato”, ha dichiarato a Healthcare Policy per Formiche.net Stefano Vella, professore di Salute globale presso l’Università Cattolica. “Il trattato nasce per evitare il caos vissuto con il Covid, quando è mancato questo coordinamento. Introduce regole minime su scambio di dati, accesso equo ai presidi medici e trasparenza nel procurement: basi indispensabili se vogliamo essere davvero pronti alla prossima pandemia”.

I NODI RIMASTI

Dietro l’accordo sull’accesso equo ai prodotti sanitari, l’articolo 11 del trattato pandemico lascia aperto uno dei fronti più controversi: il trasferimento tecnologico. Il testo prevede che i produttori riservino il 20% della produzione di vaccini, terapie e test all’Oms durante un’emergenza: almeno il 10% come donazione, il resto a prezzi accessibili. Ma qui emerge un aspetto problematico. I produttori non sono gli Stati, ma attori privati. L’allegato sull’Accesso ai patogeni e condivisione dei benefici (Pabs) – uno dei pilastri tecnici e più problematici dell’accordo – è infatti ancora oggetto di negoziato, così hanno riferito fonti sanitarie a Reuters.

IL CONVITATO DI PIETRA

Ma a decidere la bozza dell’accordo, gli Stati Uniti non c’erano. Washington ha abbandonato i negoziati nelle fasi finali, proseguendo il disimpegno iniziato con il ritiro dall’Oms inaugurato dalla nuova amministrazione Trump. Una scelta che sicuramente potrà pesare. L’assenza di una potenza scientifica e finanziaria, quali gli Usa, potrebbe infatti minare la portata globale dell’intesa, che una volta approvata dovrà essere ratificata dai singoli Stati per entrare in vigore.

IL PROSSIMO STEP

Gli esperti di salute pubblica sperano che questa bozza segni non solo un punto di svolta nella cooperazione internazionale, ma anche un impulso per maggiori investimenti pubblici nella preparazione alle pandemie – un tema spesso trascurato tra tagli ai fondi globali e ritorni a priorità interne. Il trattato sarà sottoposto alla settantottesima Assemblea mondiale della sanità il 19 maggio, ma la sua adozione non è garantita.

Trattato pandemico Oms. Un’intesa storica, ma non definitiva

Nasce la bozza del primo trattato pandemico globale, dopo tre anni di negoziati. Il testo sarà discusso a maggio, ma resta aperto il nodo sull’accesso a patogeni e condivisione dei benefici. Il trattato fissa principi di equità e coordinamento, ma pesa l’assenza Usa

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