Skip to main content

Il day after le grandi manifestazioni Pro Pal sta dando luogo ad una discussione infinita. A sinistra si sottolinea la grande partecipazione popolare. A destra si mette l’accento sui disordini fomentati dai gruppi violenti e le relative devastazioni. Non sono poi mancati le giuste critiche di singoli episodi, come l’infame esposizione di quel grande striscione che inneggiava al 7 ottobre, come l’inizio della resistenza palestinese. Un’offesa bruciante non solo per gli israeliani decimati, violentati, ed infine deportati in quel giorno terribile. Ma per gli stessi palestinesi la cui resistenza, non necessariamente armata, ha una storia ben più lunga. Soprattutto più nobile.

Tutto questo era in parte inevitabile a causa delle contraddizioni che hanno caratterizzato quelle manifestazioni. In genere si scende in piazza per un motivo. Con un obiettivo nella testa. Contro la guerra del Vietnam, si invocava la pace e si sostenevano i vietnamiti nel loro diritto all’auto determinazione. Un sentimento talmente forte da costringere sia l’Urss che la Cina comunista, che si fronteggiavano militarmente sul fiume Ussuri, a mettere da parte le loro divergenze ed aiutare i viet cong. Potenza di una politica capace di superare il contingente ed evocare principi di carattere universale.

Nel caso della Palestina invece questa chiarezza di intenti non c’è. Le persone sono scese in piazza in modo spontaneo, per protestare contro le barbarie degli eccidi di massa di uomini, donne e bambini, che nulla avevano a che spartire con le posizioni di Hamas, degli Hezbollah o degli Houthi. Milizie, queste ultime, in apparenza fuori dal contesto. Ma elementi essenziali nella lotta, che fa capo all’Iran della guida suprema Alī Khāmeneī, contro l’”entità sionista”, come si ripete da quelle parti, che si vorrebbe distruggere. Il sentimento di umanità, in altre parole, ha guidato migliaia di persone normali verso la protesta. Ma quello stesso sentimento ha finito per far perdere di vista il movimento reale delle forze che si contrappongono in quella martoriata parte del mondo.

Il che spiega una seconda caratteristica di quelle manifestazioni. La mancanza di un reale obiettivo riassunto nella genericità dello slogan prevalente. Che vuol dire infatti “Palestina libera”? Significa riconoscimento di un popolo che ha il diritto di vivere sulla sua terra? Certamente. Ma in che modo? Grazie alla formula dei “due Stati” oppure invocando quello Stato che va dal “fiume al mare”, presupponendo la distruzione di Israele? Se si fosse scelta la prima formula, molti non avrebbero partecipato o forse gli incidenti contro la polizia sarebbero, invece, scoppiati all’interno della manifestazione: tra coloro che condividevano le parole d’ordine della manifestazione e coloro che le negavano.

Nei cortei che si sono visti, proprio per quella ambiguità di cui si è detto, invece, c’era di tutto. Il grosso, probabilmente, era costituito da semplici cittadini indignati di fronte alla barbarie di una guerra che non sa distinguere tra truppe combattenti e civili, considerati esclusivamente come soggetti sacrificabili. Semplici vittime o scudi umani utilizzati da Hamas? Neanche su questo c’è chiarezza, ma un continuo gioco delle ombre, in cui l’ambiguità la fa da padrona. Una guerra che non è fatta solo di bombardamenti e colpi di mortaio, ma di fame, di sete e mercato nero. Le cui vittime predestinate sono sempre le stesse. I più deboli: con un accanimento maggiore nei confronti dei vecchi e dei bambini. Una guerra che è anche deportazione. Che costringe ai grandi esodi di massa, che somigliano sempre di più alle bolge dell’Inferno dantesco.

C’era quindi sostanza per legittimare ogni indignazione. Ma insieme a costoro vi sono stati poi tanti altri. Vi sono stati i profughi palestinesi presenti in Italia, che gridavano la loro rabbia contro l’usurpazione della propria Terra. Gli immigrati che vedevano in quella lotta il riflesso speculare della loro condizione esistenziale. Ma vi erano anche i seguaci di Hamas che speravano di spostare a loro favore la forza dell’indignazione popolare. Si pensi solo a quel cartello che inneggiava al 7 settembre, di cui si è detto in precedenza. Circondato da militanti che lo avevano imposto durante tutta la manifestazione. Senza dimenticare, infine, quella sinistra italiana da tempo smarrita, alla ricerca di una propria identità.

In questo melting pot, in questo crogiolo di etnie e culture, sono calati, anche, i professionisti della politica. Quelli che una volta erano i “rivoluzionari di professione”, ma che oggi sono anime se non morte almeno tormentate. Il mondo, con la sua complessità, sfugge ai loro radar rudimentali, per cui non resta loro che agitarsi continuamente alla ricerca di quel consenso che consenta loro di incidere. Non si capisce su che e per che cosa, ma questo è del tutto irrilevante. Come nel film “I guerrieri della notte” vivono la loro Odissea in un viaggio che alla fine rischia solo di riportarli al punto di partenza.

Ed ecco allora gli slogan sulla “rivolta sociale”, che fa da eco alle vandaliche distruzioni dei casseur che non mancano mai in qualsiasi manifestazione che si rispetti. In passato – si pensi al terrorismo degli “anni di piombo” – furono isolati dopo un travaglio vitale. Ma perché allora c’era almeno un’idea sull’obiettivo da conseguire e quindi una strategia che prevedeva passaggi intermedi, sistemi di alleanze da ricercare e preservare, piccoli passi quotidiani verso un futuro da costruire. Contro la “sporca guerra” ed il napalm lanciato sulle risaie vietnamite non si lottava solo in Europa, ma negli stessi Stati Uniti. C’era, in altre parole, un’idea condivisa nelle sue linee generali. Che legava il momento internazionale alla realtà del quotidiano.

Si è tentato inutilmente di ripetere questo schema anche oggi. Ma i risultati sono stati più che deludenti, come hanno mostrato i recenti responsi elettorali nelle Marche e in Calabria. Se qualcuno pensava che gli eventi drammatici della Palestina potessero portare acqua al mulino della sinistra, sarà costretto a ripensarci. Soprattutto a riflettere sulla complessità di una realtà nazionale ed internazionale che non si presta più agli schemi interpretativi di un tempo: che, piaccia o non piaccia, è definitamente tramontato.

Cosa penso del confuso agitarsi al grido di “Free Palestine”. Scrive Polillo

Se qualcuno pensava che gli eventi drammatici della Palestina potessero portare acqua al mulino della sinistra, sarà costretto a ripensarci. Soprattutto a riflettere sulla complessità di una realtà nazionale ed internazionale che non si presta più agli schemi interpretativi di un tempo: che, piaccia o non piaccia, è definitamente tramontato. Il commento di Gianfranco Polillo

In Marocco la Generazione Z scende in piazza. Cosa chiedono i giovani

I giovani marocchini seguono la scia delle proteste in Madagascar, Bangladesh e Perù e chiedono miglioramenti nel sistema educativo e di assistenza sanitaria, mentre contestano le risorse investite nella preparazione dei Mondiali di calcio 2030. Il tragico bilancio di morti, feriti e arrestati denunciato da Amnesty International

Non c'è buona finanza senza etica. Il dibattito all'Abi con Ravasi, Patuelli e Lucchini

Decenni di scandali hanno decretato il progressivo scollamento della finanza da valori quali la moralità e l’equità. Ma oggi che le nuove tecnologie avanzano veloci, è urgente ritornare proprio a quei principi da troppo tempo dimenticati. Il confronto a Palazzo Altieri tra il cardinal Gianfranco Ravasi, Antonio Patuelli, Stefano Lucchini, Elsa Fornero, Marco Magnani e Gianni Franco Papa

Come Pechino adatta la sua influenza nel mondo. Ne parla il China Index

Dal Pakistan alla Cambogia, dall’Africa al Sud America: i dati del China Index 2024 raccontano un’influenza che cresce fuori dall’Europa ma trova resistenze crescenti a Bruxelles, Roma e Bucarest. Il 9 ottobre il Senato ospita un incontro dedicato ai casi italiano e rumeno

Tesla for the people. Perché Musk abbassa il prezzo della Model Y

La ragione principale è di contrastare il calo delle vendite dell’auto più usata dai clienti, dovuto alla concorrenza in Europa e Cina. Ma dietro tutto questo c’è un problema strutturale. Pechino investe da tempo nell’elettrico e adesso sembra superare l’America, più concentrata sugli idrocarburi

Nasce la Space smart factory di Thales Alenia Space

La Space smart factory di Thales Alenia Space, inaugurata alla presenza del Presidente Mattarella, segna un passo avanti per l’industria spaziale italiana ed europea. Nata dentro il programma Space factory 4.0 e sostenuta dal Pnrr, unisce automazione, digitalizzazione e collaborazione pubblico-privata. È il simbolo di una strategia che intreccia innovazione, sovranità tecnologica e competitività industriale nel nuovo spazio europeo

Kim mostra al mondo il suo ultimo missile ipersonico

La Corea del Nord ha presentato il nuovo missile Hwasong-11Ma durante la consueta esposizione militare a Pyongyang. Il sistema, montato su un Tel a dieci ruote, potrebbe rafforzare le capacità di attacco nordcoreane, ma la sua effettiva maturità tecnologica resta incerta

Gaza, due anni dopo il 7 ottobre. Cosa aspettarsi secondo Dentice

Di Giuseppe Dentice

Sin dalle prime ore del 7 ottobre 2023, Giuseppe Dentice, analista Osservatorio sul Mediterraneo (OSMED), Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, commenta con Formiche.net l’evoluzione della guerra a Gaza e del conflitto regionale collegato. Ecco il suo bilancio, a due anni dall’attentato di Hamas che ha scatenato la violentissima reazione israeliana

Il consenso verso i conservatori cresce. Salis? Salvata per un calcolo politico. La versione di Fidanza

“Sicuramente c’è un forte spostamento a destra in gran parte delle nazioni europee”. A Formiche.net, anche nella sua veste di vicepresidente dell’International Democracy Union (IDU), Carlo Fidanza, vicepresidente di Ecr e capo delegazione di FdI al Parlamento europeo, racconta la convention dei conservatori a Manchester, il consenso sempre più capillare dei cittadini e il voto a Strasburgo sull’immunità di Ilaria Salis: “Una pagina tristissima per il Parlamento”

Guardia alta sul Fentanyl. Il punto del governo

Si è svolta a Palazzo Chigi una riunione di aggiornamento relativo all’attuazione del Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici, presentato dal governo il 12 marzo 2024. Ecco che cosa è emerso

×

Iscriviti alla newsletter