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Il presidente americano Donald Trump ha una particolare inclinazione verso i leader dal pugno duro, verso gli autocrati: è possibile che sia una forma di ammirazione oppure un modo per distinguersi (laddove gli altri trovano e provano repulsione e chiusure, lui si vanta di riuscire a tirar fuori aperture e accordi, d’altronde “The Art of Deal” è il titolo del suo libro più famoso e filosofia di governo più volte citata).

L’incontro con il russo Vladimir Putin non esce da questo solco: “Mi troverò bene da solo con lui” ha anticipato il Prez, ricalcando quel “great personality” con cui aveva descritto Kim Jong-un, il dittatore nordcoreano con cui aveva avuto un faccia a faccia a giugno (“Vado d’accordo con lui, sì. È molto intelligente, ha una grande personalità, è divertente e duro, un buon negoziatore”, aveva detto dopo averlo visto, sebbene poi, in fin dei conti, nonostante l’empatia di cui parla Trump la situazione tra Stati Uniti e Corea del Nord, soprattutto nell’ambito della denuclearizzazione, non è cambiata poi così tanto).

Trump, parlando del vertice con Putin, c’è andato un po’ più piano, ha parlato della possibilità di essere amici, anche se ha ammesso “non lo conosco ancora”, ha cercato di rimanere soft sulle aspettative. Ma “cosa succede quando “The Art of Deal” incontra il playbook del Cremlino?” si è chiesto l’esperto di Russia Marc Galeotti sull’Atlantic? Secondo Galeotti, “per Trump, con la sua miscela tipica di arroganza e insicurezza, e consapevole della derisione con cui molti degli Stati Uniti e in effetti le classi politiche globali lo riguardano” uscire dall’incontro con un qualche genere di accordo è un “requisito tanto più pressante” rispetto ad altri leader.

E questo dà immediatamente a Putin il vantaggio: “Il semplice incontro con il presidente degli Stati Uniti da pari a pari è una vittoria per il capo di una nazione quasi paria con un’economia inferna inferiore a quella del Michigan”. È in vantaggio già nel momento in cui riesce a dare la mano a Trump, e lo aiuta ulteriormente sapere che Trump vuole un accordo, o almeno l’aspetto di uno, anche soltanto su uno dei punti che potrebbero essere in agenda (sull’Ucraina è difficile, ma sulla Siria potrebbe esserci qualche novità soprattutto sul fronte Iran, sebbene i talking point potrebbero essere vari e passare in modo leggero sui punti più critici, avvisano alcuni osservatori).

La preoccupazione dei funzionari americani sta anche nell’incontro riservato, ossia quando Trump e Putin saranno da soli, un momento in cui il russo potrebbe far pesare la maggiore esperienza sull’americano. Anche per questo, e in relazione alle ultime notizie sul Russiagate (l’incriminazione di 12 agenti dell’intelligence militare di Mosca per le interferenze alle presidenziali), i 18 membri Democratici della Commissione esteri della Camera hanno avanzato alla Casa Bianca la richiesta di abortire l’incontro.

Si tratta di un’operazione politica, perché rinviare il summit sarebbe ormai impossibile, ma i Dem, in piena campagna per le Midterms, non hanno voluto perdere l’occasione di sottolineare che “a causa delle tue costanti espressioni di simpatia per Vladimir Putin, i tuoi conflitti di interesse e i tuoi attacchi ai nostri più stretti alleati, non abbiamo la certezza che puoi negoziare fedelmente con il leader russo, e ti invitiamo a cancellare la riunione”.

 

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L’esperienza di Putin contro l’Art of Deal di Trump

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