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Il governo Conte sembra intenzionato a costruire un rapporto più diretto con l’amministrazione Trump, a partire da alcune convergenze almeno parziali. In questo, si pone in effetti lungo una linea di continuità con la tradizione della politica estera italiana, sempre alla ricerca di un doppio binario per far valere le proprie ragioni: il binario europeo e quello transatlantico. La sfida è oggi però più difficile che in passato, viste le crepe che si sono prodotte tra gli Stati Uniti e l’Europa nel suo complesso. Inoltre, Roma sta cercando simultaneamente di rinegoziare elementi fondamentali degli accordi europei mentre persegue un’apertura verso Washington. E va ricordato che il presidente francese Emmanuel Macron ha fatto un’operazione non troppo diversa nei primi mesi della presidenza Trump, con risultati inferiori alle speranze a quanto pare.

Il governo dovrà essere, in particolare, molto attento ed equilibrato sul dossier commerciale, in cui l’Italia ha oggettivamente interessi diversi da quelli americani (soprattutto per come sono oggi interpretati dal presidente Trump): l’export italiano è la spina dorsale della nostra economia, che dunque sarebbe fortemente danneggiata da un’estesa guerra dei dazi. Inoltre, le nostre filiere produttive sono strettamente integrate con quelle tedesche oltre che francesi, ed è proprio contro la Germania che Washington sta esercitando molto pressione per un riequilibrio delle bilance commerciali (attualmente caratterizzate da un massiccio surplus tedesco). Anche se si guarda al tema delle sanzioni economiche contro un paese come l’Iran, l’Italia è sostanzialmente allineata alle posizioni europee, non certo a quelle americane.

In sostanza, non sarà semplice proporsi quasi come “ponte” tra Europa e Stati Uniti in un contesto di scarsa fiducia transatlantica.

Un punto su cui c’è forse qualche spazio di manovra è il rapporto con la Russia, ma Roma non può spingersi troppo oltre nell’appoggio a una distensione con Putin se non vuole isolarsi in Europa e rischiare di trovarsi in una posizione scomoda già in occasione del vertice Nato dell’11-12 luglio. Le dinamiche del vertice, e in particolare la questione russa, appaiono al momento piuttosto volatili, e dunque una certa cautela sembra necessaria. A maggior ragione data la preferenza mostrata dal Presidente americano per i contatti diretti e personali, che certamente potrebbero spiazzare gli alleati europei nel rapporto con Putin.

Altrettanto può dirsi del dossier migrazioni, strettamente connesso al quadrante mediterraneo: le posizioni più dure assunte dal governo Conte – in particolare dal ministro Salvini – presentano delle assonanze con l’approccio di Donald Trump, ma l’Italia ha chiaramente bisogno di tutto l’appoggio europeo per poter disegnare una nuova politica migratoria, e ci vorrà comunque tempo e pazienza per farlo. Le convergenze con Trump sono insomma superficiali, anche perché la geopolitica mediterranea è totalmente diversa da quella del confine tra Messico e Usa. Un aspetto più specifico è quello relativo alla Libia, dove si riconosce all’Italia un ruolo di primo piano che tuttavia fatica a trovare una forma consolidata – per i grandi problemi oggettivi posti dall’assenza di un’autorità politica in pieno controllo del territorio libico.

Proprio in chiave di un possibile aumento dell’impegno di sicurezza italiano in Libia, che per estensione significa anche in alcuni paesi del Sahel (a cominciare dal Niger, dove già una missione militare è stata impostata), il governo sembra puntare a una revisione degli impegni in corso in Iraq e Afghanistan. Scelta legittima, ma in questo caso, come sul rapporto con la Russia, si deve poi ricordare che il contesto è quello multilaterale della Nato, e non soltanto quello bilaterale con gli Usa.

Nell’insieme, è certamente opportuno coltivare il rapporto bilaterale Roma-Washington, ma ci sono vincoli – per impegni presi altrove, e per ragioni di opportunità politica – che andranno rispettati nello stesso interesse dell’Italia.

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