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“Cosa???”, e poi una fragorosa risata con gli occhi stralunati dallo stupore. Così ha reagito qualche giorno fa il direttore dell’Intelligence Nazionale americana Dan Coats quando, nel bel mezzo di un incontro all’Aspen Security Forum, gli è stato comunicato che il presidente Donald Trump ha invitato Vladimir Putin alla Casa Bianca. “Sarà speciale” ha continuato trattenendo a stento le risate (salvo poi tornare pubblicamente sui suoi passi, sottolineando di non voler mancare di rispetto al presidente). Oggi quella che a una parte (è il caso di dire la maggior parte) della comunità di intelligence americana sembrava una boutade è divenuta realtà: il Presidente russo Vladimir Putin ha ricevuto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump un invito a recarsi a Washington entro la fine dell’anno. A confermarlo il consigliere per gli affari internazionali del Cremlino Yuri Ushakov. Non ci sono preparativi per duplicare un summit di pari caratura rispetto a quello di Helsinki, ha precisato, solo il comune intento di proseguire sulla strada tracciata in Finlandia con un nuovo faccia a faccia. La prima buona occasione potrebbe presentarsi a margine del G20 a Buenos Aires che si terrà dal 30 novembre al 1 dicembre.

Da Washington né conferme né smentite, per il momento. Solo una risposta un po’ imbarazzata dello speaker della Camera Paul Ryan, repubblicano vicino al presidente ma al tempo stesso feroce critico della linea pro-Russia di questa amministrazione, che si è limitato a rispondere ai cronisti in conferenza stampa: “Mi sento tranquillo a sapere di avere un presidente che si siede assieme ai leader stranieri. Quel che conta è il messaggio. Penso che sul messaggio potremmo essere più duri”. Poi un appunto per mettere le cose in chiaro e mandare un messaggio allo Studio Ovale: il presidente russo non riceverà l’onore di poter parlare al Congresso in seduta riunita, perché questo “è un trattamento che riserviamo agli alleati”.

Spesso Mosca gioca d’anticipo annunciando un bilaterale prima che la controparte abbia ufficializzato. Così è successo anche in vista dell’incontro ad Helsinki. È un dettaglio, tutt’altro che irrilevante, che rientra in una strategia del Cremlino volta a mettere all’angolino il competitor, magari creando un po’ di imbarazzo. Nell’attesa che la Casa Bianca si esponga, c’è da segnalare comunque l’intenzione del Cremlino di sfruttare la finestra apertasi con il summit di Helsinki. Intanto negli States la bufera non accenna a placarsi. La delusione per l’esito del faccia a faccia fra Trump e Putin è bipartisan, attraversa i vertici dell’esercito e della diplomazia, unisce congressmen e senatori dell’una e l’altra sponda. Benché il presidente continui a puntare il dito contro i “Fake News Media”, accusandoli di una copertura mediatica scorretta del summit, l’impressione è che Trump abbia ottenuto poco e concesso troppo, per di più avallando senza battere ciglio la versione di Putin sul Russiagate (smentendo tutto una volta in patria sotto la pressione dell’intelligence Usa).

Da questi incontri non ci si può attendere troppo. Come ha notato ai microfoni dell’Associated Press Pavel Palazhchenko, interprete di Michael Gorbachev durante tutti i faccia a faccia con i presidenti americani che hanno segnato la fine di un’epoca, “è stato un errore non scrivere nero su bianco un comunicato congiunto”. Scripta manent, mentre strette di mano, photo opportunities e sorrisi, specie se c’è di mezzo la Russia, non di rado si risolvono in un nulla di fatto. Però è anche vero che a questi livelli la forma è sostanza. E all’establishment americano non è piaciuto ascoltare un presidente che a Mosca ha tuonato senza distinzioni contro il sistema mediatico e il lavoro dell’intelligence statunitense. C’è chi, come il senatore repubblicano John McCain, si spinge a parlare di “catastrofe” e mette in guardia dagli incontri ravvicinati con i russi: “Putin farà di tutto per abbattere l’Alleanza Atlantica. Nel 2016 è quasi riuscito a buttare giù il governo democraticamente eletto del Montenegro e a uccidere il suo primo ministro prima che si unisse alla Nato” ha twittato la scorsa settimana.

Difficile che il Presidente Trump sia rimasto indifferente alla pioggia di critiche che lo hanno accolto una volta fatto ritorno da Mosca. Se sarà confermata, la visita di Putin alla Casa Bianca può essere un’occasione di riscatto e un palcoscenico chiave per rilanciare una campagna per le mid-term che non promette bene per i repubblicani. Su Twitter il Presidente ha già aperto le danze cercando di ribaltare a suo favore l’allarme degli 007 per un’intromissione russa alle elezioni: “Sono molto preoccupato che la Russia cerchi in ogni modo di avere un impatto sulle prossime elezioni” ha twittato questo pomeriggio, “dal momento che nessun presidente è stato più duro di me con la Russia, cercheranno di fare pressione sui democratici. Di certo non vogliono Trump!”.

Se il tycoon riuscirà a mettere alle strette lo zar russo, chiedendo un impegno concreto per la de-escalation fra i due Paesi su dossier come la guerra in Siria, le tensioni nucleari con l’Iran e ovviamente il Russiagate non è esclusa una rimonta in vista delle urne a novembre. Non sarebbe la prima volta.

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