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Spesso il dibattito economico internazionale si focalizza su numeri apparentemente semplici, come la bilancia commerciale dei beni fisici. Da ultimo, le politiche aggressive sui dazi minacciate dall’amministrazione Trump, motivate dalla convinzione che gli Stati Uniti fossero “sfruttati” a causa di un deficit nel commercio di merci manifatturiere. Queste politiche, con dazi che continuano a variare giorno per giorno, ambiscono a proteggere le aziende manifatturiere americane ma con scarsi successi interni e notevoli esternalità negative per tutti gli altri, Italia inclusa.

Durante il Keynote di Stefano Quintarelli all’evento annuale del Namex a Roma, è emerso che un’analisi più approfondita, basata su dati ufficiali americani del Bureau of Economic Analysis, dimostra che questa visione che domina le cronache è fuorviante. Se si considerano non solo i beni fisici, ma si aggiungono anche i dati sul commercio di servizi, e si correggono i valori per l’inflazione (prendendo come punto di riferimento un anno cruciale per l’accesso a internet, come il 2007 con la presentazione dell’iPhone, o il 2009 dopo la crisi Subprime), emerge un quadro completamente diverso.

È vero che le esportazioni di beni e servizi continuano ad aumentare, così come le importazioni di beni, mentre le importazioni di servizi negli Usa sono relativamente basse. Ma la somma totale, il saldo complessivo tra import ed export di beni e servizi, corretto per i valori, risulta essere molto stabile nel tempo. Esiste certamente un deficit, ma non è un problema nuovo o in rapida crescita, come la narrativa recente tenderebbe a far credere.

Il vero problema, secondo l’analisi di Stefano Quintarelli, non è quindi l’entità del deficit complessivo, ma piuttosto un cambiamento strutturale nell’economia, un profondo spostamento di valore. Si sta assistendo a un passaggio da un’economia legata alla produzione e al commercio di beni fisici, storicamente distribuita, relativamente competitiva (e quindi con margini di profitto più bassi), a un’economia dominata dai servizi e dal software (cloud e AI in primis), che è altamente concentrata (spesso in aree specifiche), scarsamente competitiva, tendenzialmente monopolistica e caratterizzata da margini di profitto significativamente più alti.

Questo spostamento ha conseguenze che vanno ben oltre le cifre della bilancia commerciale. Ha implicazioni fiscali e sociali profonde. Mentre l’economia materiale, distribuita e competitiva, garantiva storicamente un importante sostegno alla comunità e un impatto positivo sul territorio, la nuova economia dei servizi, concentrata nelle mani di pochi, pur generando enorme ricchezza, non contribuisce al benessere della collettività.

Secondo Quintarelli, le Bigtech americane tendono a pagare meno tasse rispetto alle controparti manifatturiere. Questo porta a una “enorme perdita di contribuzione” sul fronte del gettito fiscale derivante dai beni fisici, che viene compensata solo in minima parte da un “piccolo guadagno” proveniente dai servizi e dai beni immateriali. La conseguenza diretta è una riduzione della capacità dello Stato di sostenere servizi pubblici essenziali per la comunità, come le scuole, le infrastrutture e la sanità. In sintesi, aumenta incredibilmente il divario, la ricchezza si concentra, ma il beneficio per la comunità nel suo complesso diminuisce drasticamente.

Questo scenario viene definito da Stefano come un “fallimento regolatorio” nella gestione della rivoluzione digitale. Proprio noi che siamo campioni indiscussi del Bruxelles effect siamo i primi destinatari delle esternalità negative. Le alte rendite monopolistiche estratte dalle aziende di servizi digitali con margini elevati sono viste una conseguenza diretta di questo fallimento delle politiche della concorrenza, che si riflette immediatamente anche in un minore contributo fiscale.

Ed è qui che emerge la connessione con l’Italia e l’Europa. Le startup più promettenti e le aziende italiane che si candidano ad essere unicorni, vengono poi vendute ad attori americani. La dematerializzazione e l’espansione dei servizi, ulteriormente accelerate da fenomeni come l’intelligenza artificiale, continueranno. Questa dinamica è la vera sfida che poi innesca il conflitto geopolitico, con gli Stati Uniti che cercano di imporre dazi per mantenere uno status quo che, sebbene concentri ricchezza per pochi, va a scapito dell’autonomia economica di altri paesi, inclusa l’Italia e soprattutto l’Italia che è campione delle esportazioni (4 potenza al mondo).  Lo sbilancio qui è macroscopico. È uno spostamento di valore che impoverisce la base imponibile distribuita a favore di una base concentrata oltreoceano che contribuisce meno alla collettività generale. È un dazio che stiamo pagando da 20 anni e che oggi offre la possibilità di intervenire per correggerlo.

Oltre i dazi, Il vero costo della dipendenza digitale è il fallimento regolatorio su cloud e AI

Di Dario Denni

Si sta assistendo a un passaggio da un’economia legata alla produzione e al commercio di beni fisici, storicamente distribuita, relativamente competitiva, a un’economia dominata dai servizi e dal software (cloud e AI in primis), che è altamente concentrata, scarsamente competitiva, tendenzialmente monopolistica e caratterizzata da margini di profitto significativamente più alti. Questo spostamento ha conseguenze che vanno ben oltre le cifre della bilancia commerciale. L’analisi di Dario Denni (Europio Consulting)

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