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Piter non è mai stata il prodotto di una evoluzione naturale, è stata concepita in vitro, il suo DNA è stato manipolato all’origine, e per trasformarla secondo le esigenze dell’uguaglianza socialista bi- sognava probabilmente raderla al suolo. Forse, è proprio questo uno dei motivi, oltre che per ragioni di sicurezza militare, per cui subito dopo la presa del potere Lenin riporta la capitale nel Cremlino moscovita, così odiato da Pietro: nella capitale imperiale, i bolscevichi sarebbero apparsi sempre degli impostori, degli squatter in case occupate.

In un altro paradosso della storia, questa mossa declassò Pietroburgo a «prima città di provincia», come malignavano i moscoviti, ma nello stesso tempo la salvò. Mosca tornò a essere il centro del potere e della ricchezza, ma pagò questo privilegio con una mutilazione che rende oggi spesso quasi impossibile riconoscerne i panorami storici. Piter rimase quasi intatta, seppure sempre più decrepita, come i vecchi vestiti della nonna che sopravvivono dimenticati in un armadio con l’odore di muffa, fino al giorno in cui fanno la gioia di un antiquario.

Curiosamente, Peter a Piter ci è rimasto sempre di casa, e perfino in epoca sovietica il suo Cavaliere di bronzo, il monumento che lo ritrae in groppa a un cavallo impennato, appariva come simbolo della città su spillette e manifesti, e addirittura sulla schermata iniziale dello studio cinematografico di Leningrado, il Lenfilm (per dare il senso di questa scelta al limite dell’eresia basti dire che l’emblema di Mosfilm, la Cinecittà della capitale, era la molto più allineata ideologicamente statua dell’Operaio e colchosiana di Vera Mukhina).

Forse mai nella storia un uomo e una città si sono così identificati l’uno nell’altro, e sbarazzarsi di Pietro, a Pietroburgo, era impossibile: era stato lui a volerla, a conquistarla, a progettarla, a esserne il primo abitante oltre che ingegnere e urbanista, arrivando a decidere le dimensioni dei lotti di terreno da assegnare ai suoi sudditi e a scegliere i colori delle facciate, in un Pantone reale che rimase appannaggio dei Romanov fino alla stravagante e inquietante scelta di Nicola II di abbandonare i pastelli tenui del barocco per dipingere il Palazzo d’Inverno, alla vigilia del 1917, di un cupo rosso horror (l’attuale verde–turchese sembra un classico, ma è arrivato solo nel 1947).

Con la sua energia inarrestabile, il primo imperatore russo ha operato una rivoluzione di cui l’urbanistica della sua città è soltanto la raffigurazione più tangibile e monumentale. Una sua biografia agiografica pubblicata nel 1841 (appena 138 anni dopo la fondazione di Pietroburgo, e 116 dopo la morte di Pietro) lo venerava come la fonte e l’origine di tutto quello che un russo faceva, vestiva, mangiava e vedeva: dal calendario che faceva iniziare l’anno nuovo dal primo gennaio, invece che da marzo, agli abiti di foggia europea, «cuciti con i tessuti prodotti nelle manifatture da lui fondate, con la lana delle pecore che aveva iniziato ad allevare». 

Chi apriva un libro doveva ricordarsi che «era stato lui a introdurre i caratteri che leggete, intagliando con le sue mani le lettere, nella lingua letteraria che con Pietro Primo aveva sostituito quella ecclesiastica».

A Pietro venivano fatti risalire i giornali e i balli, le medaglie e il caffè, «tutte le cose che comprate, dal foulard di seta alla suola degli stivali, sono state commissionate da lui, introdotte da lui, migliorate da lui, portate dalla sua nave, nel suo porto, lungo il suo canale e la sua strada». Ingegnere e carpentiere autodidatta, è lo zar più materialista che la Russia abbia mai avuto, che ai pellegrinaggi nei monasteri preferisce le esplorazioni dei cantieri e degli opifici tedeschi e inglesi.

È un homo faber, il figlio più appassionato della nuova era moderna, innamorato del progresso europeo e intenzionato a trapiantarlo in Russia con l’inflessibilità di un tiranno asiatico. Taglia personalmente le barbe ai suoi boiari, li costringe a fumare, abbatte le porte dei terem dove venivano segregate le loro mogli e figlie, portandole alle feste danzanti e supervisionando la foggia delle loro acconciature e la profondità delle scollature.

Il suo sigillo personale lo raffigura come un Pigmalione che scolpisce la statua della nuova Russia, e in una frenesia che rasenta l’ossessione riforma tutto quello che vede e tocca: la lingua, lo Stato, la chiesa, l’esercito, l’industria, i rapporti tra i sessi e quelli con il potere, la dieta e l’architettura, la moda e la scuola.

In trent’anni ribalta completamente il regno che ha ereditato. Cresciuto come erede al trono emarginato alla periferia di Mosca, lascia ai suoi successori un impero che sorge improvvisamente nell’Est dell’Europa, e che ne vuole mutuare tutto: usi, costumi, linguaggio, tecnologie, e ambizioni di modernizzazione. Da allora in poi, il sogno (e l’angoscia) della Russia sarà sempre quello di confrontarsi con l’Ovest, di «rincorrere, raggiungere e superare», come avrebbe formulato 250 anni dopo questa pulsione e questa missione Nikita Krusciov, un altro leader che sarebbe andato in Occidente a scoprire, ammirare e copiare prodigi e successi.

È un cambiamento talmente immenso e rapido che per trovare un’analogia altrove bisogna aspettare gli anni Sessanta dell’Ottocento, la rivoluzione Meiji in Giappone. La portata, e la traumaticità, della modernizzazione pietrina è simile, ma forse ancora più violenta e impetuosa: nell’arco di una generazione, un Paese che puniva con la pena di morte un viaggio all’estero non autorizzato dallo zar, diventa un consumatore insaziabile di tutto ciò che è straniero, imitando qualunque usanza forestiera, inviando centinaia di giovani ad appren- dere i saperi dell’Europa, e offrendosi come terra promessa a qualunque olandese, francese, inglese, italiano, o tedesco che volesse fare carriera a Pietroburgo.

La nuova capitale è cosmopolita e poliglotta, al punto che parlare russo viene considerato poco elegante, e mentre la lingua nazionale subisce un mutamento totale – raddoppiando praticamente il proprio vocabolario con parole nuove che vengono da lingue sconosciute per definire concetti inediti – i toponimi della città si riferiscono a modelli lontani, come Kronstadt, Nuova Olanda o il lungofiume degli Inglesi (il «miglio d’oro» pietroburghese, insieme al lungoneva del Palazzo, verrà ribattezzata sotto il comunismo «lungofiume della Flotta Rossa», per vedersi restituire il nome originale nel 1994, come regalo per la visita di Elisabetta II).

Pietro costruisce il suo Paradise con il perfezionismo di un giocatore di Sim City, senza badare a spese e non lasciando al caso nulla. Ci mette l’accademia delle scienze e i musei, le scuole militari e i giardini, i cantieri e le caserme, i teatri e le industrie. Nascendo da zero, la città dei sogni non doveva avere nessun limite, per diventare un ideale di perfezione urbanistica. Viene progettata con il compasso e il regolo. Tutta Pietroburgo è ad angolo retto (tranne le curve naturali dei fiumi), e le vie dell’isola Vasilyevsky addirittura si chiamano «linee» e invece dei nomi portano dei numeri, come a Manhattan.

[…]

La Russia è Occidente, decide Pietro, e sceglie Pietroburgo come posto dove spalancare – anzi, nell’originale di Aleksandr Pushkin «aprire a colpi d’ascia» – la famigerata «finestra sull’Europa», e infliggere così alla sua nazione un trauma che la tormenterà per i 300 anni successivi. Da allora, «europeo» sarà sempre, per i liberali che guardano oltre confine come per i nostalgici dei «valori tradizionali», sinonimo di qualità superiore. Dopo la fine della perestroika e la scoperta del capitalismo, «euro» diventa un prefisso che le pubblicità e le insegne appiccicano a qualunque cosa, dalle «eurofinestre» agli «euroservizi», dalla «euromoda» agli «euromaterassi» e gli «eurosalumi», in una ossessione di distinguersi, rinnovarsi, essere finalmente all’altezza degli «eurostandard» vantati in ogni settore, dalla ristorazione alla giurisprudenza.

Euro è sinonimo di migliore, più bello, più ricco, più civile, l’unica scelta possibile per chi vuole far parte di una nuova élite, lasciando il vecchio, sovietico o russo che fosse, al popolino.

Pietro sarebbe stato d’accordo, e non sarebbe il solo, visto che perfino durante l’epoca sovietica il miglior albergo della città – che sfoggiava resti di lussi passati come porcellane e tappeti d’epoca – si chiamava Evropeyskaya. Decidendo di costruire, in un Paese di pianure asiatiche, una città europea sul mare, porto di una flotta fino a quel momento inesistente, Pietro impone alla Russia un vettore di sviluppo dal quale non riuscirà mai più a discostarsi, che però nasce da una profonda e scioccante consapevolezza di inferiorità.

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