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Con il nuovo governo gialloverde le Regioni ordinarie potranno ottenere più competenze assieme alle risorse corrispondenti. La strada è già tracciata da qualche mese da Lombardia e Veneto, insieme all’Emilia Romagna.

Poi c’è il realismo dell’amministrazione quotidiana: il ministero degli Affari regionali a cui giunge la leghista veneta Erika Stefani in prevalenza non promuove il regionalismo. Piuttosto esercita su Regioni e città non sempre all’altezza del loro compito una continua funzione di controllo, di mediazione e di gestione di svariati problemi e programmi.

LE NUOVE COMPETENZE DEL 2001

Il terzo comma dell’art. 116 della Costituzione, come modificato nel 2001, prevede l’attribuzione alle Regioni a statuto ordinario di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” nelle materie concorrenti e parzialmente in alcune esclusive dello Stato (organizzazione della giustizia di pace, norme generali sull’istruzione, tutela dell’ambiente). Il 28 febbraio 2018, dopo i referenda veneto e lombardo del 22 ottobre 2017, da sottosegretario agli affari regionali del governo Gentiloni, Gianclaudio Bressa – che fu redattore di quel comma – ha poi firmato con i presidenti di Lombardia, Veneto e Emilia Romagna tre “Accordi preliminari” che stabilivano materie, metodi e principi (anche finanziari) per dare attuazione al disegno del 2001.

La priorità regionalista del nuovo governo gialloverde non prevede rivoluzioni e si incardina in questo meccanismo dell’art. 116. Intende però aumentare le materie da trasferire da cinque a ventitré, come ha richiesto all’unanimità dal Consiglio della Lombardia il 15 maggio, come confermano le dichiarazioni del nuovo governo e come hanno già discusso il 4 giugno 2018 la ministra Stefani e l’assessore lombardo all’autonomia e cultura, Stefano Bruno Galli. Luca Zaia e Attilio Fontana, presidenti di Veneto e Lombardia, sono stati subito rassicurati dalla ministra, la quale ha dovuto anche confortare le autonomie speciali che lamentavano di non essere citate nel “contratto” di governo. Sono anche questioni politiche, considerando che i partiti autonomisti storici, Svp in particolare, hanno stretto accordi con il Pd renziano, facendo eleggere persino Maria Elena Boschi in un proprio collegio. Il regionalismo è però relativamente al sicuro: lo stesso M5S, sia pur con qualche variante, ha posizioni dichiaratamente autonomiste, anche in Sicilia.

UN MINISTERO DI CONTROLLO

Erika Stefani si è appena affacciata al ministero e scoprirà presto di avere molti impegni. Il dipartimento Affari regionali è almeno in parte nato da una costola del ministero degli Interni e svolge un continuo controllo sulle leggi regionali da cui derivano le impugnazioni del governo dinanzi alla Corte costituzionale. Dal 2008 al 2016 sono state esaminate 5.436 leggi regionali e di queste 588, cioè l’11%, sono state impugnate. È un fenomeno in calo, perché si è passati da un 16-18% nel 2011-2012 a un 8-10% del 2015-2016. La neo-ministra dovrà vestire dunque le scomode vesti del controllore – anche sulle attività internazionali, sulle zone di confine, sulle finanze – più che quelle di promotore del regionalismo.

UN MINISTERO DI MEDIAZIONE

Al ministero è affidato anche il compito di mediare con le Regioni ogni decisione statale – legislativa e attuativa – che riguardi le competenze concorrenti. In mancanza di un Senato delle Regioni (fallito il referendum del 4 dicembre 2016) la sede di confronto rimane la Conferenza Stato-Regioni, assieme alla Conferenza unificata in cui si uniscono le altre autonomie locali, città e province. Lo Stato, e quindi il ministro per gli Affari regionali, utilizza la Conferenza quando può come luogo di dialogo e quando non può come cinghia di trasmissione delle decisioni di interesse centrale-generale. È un esercizio defatigante: si discute l’ammontare e la ripartizione dei soldi per il trasporto pubblico locale, i tagli o i trasferimenti a Regioni a statuto ordinario, a province e comuni, di obblighi vaccinali oppure del numero di slot machines da ammettere sul territorio nazionale. E’ un rito mensile di non facile funzionamento, con varie sensibilità politiche e personali. Infatti, in attesa di chiarire idee e indirizzi, le due Conferenze (Stato-Regioni e Unificata) previste per il prossimo 10 giugno sono state annullate.

INTERMINISTERIALI PER NECESSITÀ

In un sistema italiano in cui ministeri e dipartimenti si fanno concorrenza, gli Affari regionali sono obbligati alla cooperazione interministeriale. Come gli Affari europei vivono perciò un quotidiano di resistenze, di scarsa comunicazione e ritardi, così da appesantire il lavoro e renderlo meno efficace. Erika Stefani si dovrà occupare di montagna e zone marginali (es. programma aree interne, passaggio dalle comunità montane alle unioni di comuni ecc.), di politiche urbane (con linee guida europee e globali) di attività internazionale delle Regioni e delle autonomie locali (es. i passaporti austriaci per gli altoatesini germanofoni, le frontiere interne ed esterne, le cooperazioni e accordi territoriali), di minoranze linguistiche. Sono tutti temi con legislazione, regolamenti e circolari, programmi operativi e soldi che si rapportano con altri ministeri, dal Mef al Mise, dalle Infrastrutture per città e campagna all’Istruzione e cultura per le minoranze, agli Affari esteri ed europei per l’attività internazionale. Un po’ di personale resta in via della Stamperia ma qualcuno viaggia a Strasburgo, Bruxelles e in mezza Europa, produce note sul Consiglio d’Europa e sul Comitato delle Regioni, su frontiere europee, smart cities e Paesi terzi. Una discreta quantità di carta da leggere e da capire.

COSA POTRÀ CAPITARE

Per il momento, Erika Stefani potrà salvarsi mostrando i progressi dell’autonomia del Veneto e della Lombardia mentre gestirà preoccupazioni e domande pressanti di città, Regioni e province (compreso l’annunciato default di Campione d’Italia).

Si chiederà allora dove trovare la forza per seguire e indirizzare il resto dell’attività ordinaria della struttura, che pure ha un discreto significato politico. I ministri che l’hanno preceduta in qualche caso hanno lasciato proprio fare. Tra ministero e autonomie regionali e locali il rapporto è stato spesso segnato dal conflitto, e non già dalla “modernizzazione” del sistema. La ministra per intanto ha annunciato la costituzione di un gruppo di lavoro, vedremo su quali temi.

Altri problemi infine si possono affacciare: nell’ambito dell’autonomia differenziata e tra alcuni esperti di area leghista corre infatti da tempo l’idea di ricentralizzare, anche temporaneamente, alcune competenze dove non vengono bene esercitate.

È il caso dei depuratori mancanti, per lo più nelle Regioni Sicilia e Calabria, che comporta acque inquinate e una multa europea da 30 milioni a semestre.

 

 

stefani

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