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Se nascerà questo governo l’Italia entrerà nella nuova dialettica politica globale. Quella che vede contrapposte le élite del politicamente corretto che si sono avvantaggiate smodatamente della globalizzazione, e la gran massa dei cittadini schiacciati dai processi globali e asfissiati dal pensiero unico.

So che molti evocano la parola malfamata di populismo ma se la prendiamo nell’accezione che gli conferisce Dostoevskij, che significa “capacità di ascoltare quello che accade in basso”, le cose sono diverse.

Io nei miei libri parlo di una triade hegeliana: la vittoria di Brexit, l’elezione di Trump, il successo di Putin, vediamo se anche l’Italia riesce ad abbandonare le categorie ottocentesche.

Ci sono grandi questioni aperte, angosce per il nostro futuro: la questione industriale, perché abbiamo perso oltre un terzo del nostro apparato produttivo, con eccellenze italiane che si sono polverizzate; c’è la questione francese, perché Parigi ha conquistato e annesso pezzi importanti dell’economia italiana; c’è una nuova questione meridionale perché il sud è in condizioni più tragiche di quelle degli anni Sessanta; c’è la questione immigrazione, perché qualcuno ha pensato che si potesse travasare indistintamente l’Africa in Italia, senza tener conto del contesto sociale già difficile del nostro Paese e confondendo il bene col buonismo.

Su questi terreni non bastano più le parole e tantomeno politiche di corto respiro occorre una visione strategica del futuro, una missione nazionale a cui uniformarsi. Può darsi che energie nuove possano dare respiro a queste aspettative. Certo gli esiti non sono definitivi.

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