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Gli scivoloni del presidente del Consiglio nella seduta sulla fiducia alla Camera dei Deputati hanno provocato non pochi contrasti e tante polemiche. Si dirà che si tratta di normalità, che ad ogni cambio di governo succedono cose che sfuggono al self control dei protagonisti nelle aule parlamentari. Questa volta non è proprio come in passato. Si è notata una chiara impreparazione e diverse indecisioni del neo capo del governo, al punto da confermare che la strutturazione del nuovo esecutivo è avvenuta più per sommatoria di interessi tra M5S e Lega che per una convinta visione comune di governo del Paese. Non a caso su questioni rilevanti come reddito di cittadinanza, politica estera, immigrazione, sicurezza, Europa, pensioni e riforma Fornero i programmi di governo dei due contraenti non sono assimilabili, né si suppone, da più parti, integrabili.

La replica di ieri del presidente del Consiglio a Montecitorio ha aggravato la situazione già di per sé complicata. Si è avvertita dai gesti, dalle parole, da certe imprecisioni con nettezza una mancanza di tensione ideale, per non dire di uno slancio morale che non avesse a che fare con una visione giustizialista. Non pochi hanno valutato l’intervento del prof. Conte scialbo, incolore, superficiale. Qualcuno addirittura con qualche eccesso si è azzardato ad assegnargli il nomignolo di “re travicello”, su cui il dissenso nostro è deciso. C’è però da sottolineare che una condizione di anomia si registra, se non altro per tutte le procedure che hanno portato alla nascita di questo nuovo governo fuori dalle regole e dalle consuetudini.

Basta riflettere sul comportamento dei due capi partito: una volta scritto il famoso “contratto” coi loro esperti lo hanno consegnato al nominando capo del governo, che il presidente Sergio Mattarella con eccesso di concessioni, di tolleranza e di pazienza ha atteso per lungo tempo fino al momento della designazione. Una crisi di governo risolta in modo inconsueto, saltando procedure e regole. L’importante, per i protagonisti era far arrivare all’opinione pubblica il nuovo lessico pentastellato fatto di parole mirabolanti come cambiamento, contratto, terza repubblica. Non bastano le parole magiche per descrivere una nuova politica di governo. Ci vogliono atti concreti che vanno ad incidere nel profondo della vita del popolo, ad iniziare dal lavoro, dalla salute, dalla scuola, dai trasporti. Insomma di crescita, sviluppo, benessere. Sono ridicole le sceneggiate di Beppe Grillo, campanella in mano che agita, fatte sui palchi di qualche piazza d’Italia per avvisare che il mondo vecchio non c’è più e sta arrivando uno nuovo. Ne sono tutti ben consapevoli soprattutto coloro che non guardano con distrazione al mondo che ci circonda, non a caso da tempo si studiano e si sperimentano nuovi percorsi politici, per rispondere con adeguatezza alle nuove esigenze di una umanità, talvolta, dolente e disperata, che chiede aiuto, comprensione, accoglienza.

Illuminati studiosi caratterizzati da umiltà, mitezza, a cui non piace apparire, dotati di un patrimonio rilevante dal punto di vista culturale, ideale e morale, che non gradiscono avvalersi di piattaforme informatiche per accrescere la loro presenza e il loro potere sono sempre al lavoro. Sono i senza potere, che con la forza del proprio pensiero cercano di contribuire a disegnare nuovi paradigmi politici per ben governare l’Italia e l’Europa, richiamandosi alla nostra Costituzione che pone a base del proprio essere il rispetto della dignità della persona umana.

Conte, governo

Parole, parole, parole. Conte e la prova del governo

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