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Com’era prevedibile, l’ingresso di Matteo Salvini al ministero dell’Interno ha coinciso con il ritorno alla realtà: fin dalle prime riunioni ha capito che risolvere il problema immigrazione cacciando tutti gli irregolari è impossibile e in un paio di giorni ha cambiato modo di comunicare. “Non ci sono bacchette magiche” è la frase clou. L’ultima prova è arrivata con l’intervista a Rtl 102.5 nella quale ha innanzitutto riconosciuto il lavoro del suo predecessore, Marco Minniti, che “ha fatto un discreto lavoro, non smonteremo nulla di ciò che di positivo è stato realizzato, lavorerò per rendere ancora più efficaci le politiche di controllo, di allontanamento, di espulsione”. Un atteggiamento responsabile perché “sarebbe sciocco non riconoscere” se è stato fatto “qualcosa di utile e intelligente anche se indossava una diversa maglietta”.

Il Salvini istituzionale ha deciso di camminare con i piedi di piombo, di appoggiarsi sulle varie strutture del Viminale, “una macchina che è già perfettamente funzionante”, e per rassicurare ha aggiunto di non essere arrivato “con la clava a cambiare tutto. Arrivo in punta di piedi per studiare, per ascoltare, per capire. Sull’immigrazione c’è tanto da fare: ci sono accordi di riammissione con alcuni Paesi, con altri non ce ne sono, alcuni invece non li rispettano. Non ci sono bacchette magiche”. Il ministro, che è anche vicepresidente del Consiglio e che resta segretario della Lega, ha ragione quando dice che bisogna accelerare le pratiche di riconoscimento o meno del diritto di asilo e da poco sono entrati in servizio i 250 funzionari reclutati l’anno scorso in base al decreto immigrazione per rimpolpare le commissioni prefettizie: “Non è ammissibile – ha aggiunto Salvini – che ci si mettano due anni e mezzo dallo sbarco alla chiusura della pratica” e lo status di rifugiato “viene riconosciuto a 6 immigrati su 100”.

I dati ufficiali del Viminale si discostano pochissimo da quando detto da Salvini. L’anno scorso solo l’8 per cento ha ottenuto lo status di rifugiato, mentre un altro 8 per cento ha avuto la protezione sussidiaria e il 25 per cento quella umanitaria. Il 58 per cento delle domande è stato respinto, mentre era il 60 per cento nel 2016. Da anni il centrodestra polemizza proprio con la protezione umanitaria, introdotta dal governo Prodi nel 1998 e che consente un permesso di 2 anni rinnovabile, mentre nelle altre nazioni questo istituto non c’è. Il punto politico, comunque, è quello che il neoministro spiega così: “Le parole non bastano più: occorre un intervento economico e giuridico perché l’Italia non può essere trasformata in un campo profughi a nome e per conto dell’Europa”.

Nelle prossime settimane si avranno idee più chiare perché, se è vero che Angela Merkel ha detto che l’Italia non può essere lasciata sola, Salvini replica di aspettare i fatti. La modifica del regolamento di Dublino sull’accoglienza diventa determinante e le diplomazie si stanno muovendo. Il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, ha detto che l’intenzione della Commissione è quello di arrivare a un accordo unanime sul nuovo regolamento, pur potendo essere approvato a maggioranza qualificata. E’ evidente che si sta tentando di coinvolgere l’Italia che però, stando almeno alle bozze pubblicate nei giorni scorsi da alcuni quotidiani, non può accettare di restare per sempre (con la Grecia) paese di prima accoglienza con obbligo di accettare le richieste di asilo e di non poter più contare sulla ricollocazione in Europa tranne emergenze gravissime. Già oggi, com’è noto, gli accordi sono quasi disattesi: poco più di 12.700 ricollocati a fronte di 39.600. Per questo anche dall’opposizione non si deve fare confusione: il no alla riforma di Dublino per come viene discussa oggi è motivato da Salvini con un insopportabile ulteriore peso per l’Italia, mentre Gianni Pittella e Nadia Ginetti (Pd) lo considerano “un autogol clamoroso” sostenendo di dover puntare a superare il criterio della competenza sul paese di primo ingresso. Eppure qualunque governo, anche quello Gentiloni, avrebbe detto no a una riforma disastrosa per l’Italia.

Se è dunque apprezzabile il cambio di passo di Salvini, al netto di quel che penseranno i suoi elettori ai quali era stata promessa una veloce cacciata degli irregolari, il neoministro deve ancora evitare frasi poco comprensibili. In un’intervista al Tg2 del 3 giugno, parlando dell’aumento degli sbarchi di tunisini ha detto che quelli arrivati quest’anno sono già 7mila mentre in realtà fino al 1° giugno sono stati 2.789: con la Tunisia l’accordo di riammissione funziona e quindi è urgente una missione diplomatica per rimettere le cose a posto. Alla domanda su che cosa intendesse quando ha parlato di porre la questione immigrazione all’attenzione del mondo, ha risposto che “se esistono l’Onu e la Nato, che paghiamo, ci aiutino a difendere il nostro Paese”. Riguardo all’Onu, allora occorre continuare sulla linea Minniti in Libia, dove Unhcr e Oim stanno operando; riguardo alla Nato, invece, non si capisce che aiuto possa dare essendo nata per altri scopi. Quegli scopi, piuttosto, sui quali al più presto Lega e M5S dovrebbero chiarire meglio le posizioni.

(Foto: Piero Gennaro)

Meno promesse e più realismo. Salvini al Viminale (senza bacchetta magica)

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