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Un governo? Certo, ma nell’attesa meglio un commissario. Un  plenipotenziario per le infrastrutture in Italia che abbia il potere di decidere una spesa per questa o quell’opera e farla, per la precisione. La proposta arriva da chi di strade, ponti e dighe, se ne intende: Pietro Salini, ceo del general contractor Salini-Impregilo, in piena espansione, soprattutto negli Stati Uniti (qui un approfondimento di Formiche.net). Salini ha parlato a margine di un incontro sul tema alla Triennale di Milano, dove è in corso la mostra fotografica Cyclopica, che racconta la storia delle infrastrutture attraverso le foto dell’archivio Salini

“Siamo molto fermi, alla fine non riusciamo a realizzare quello che vorremmo”, ha spiegato Salini auspicando a nome di tutto il settore la nomina di “un commissario straordinario plenipotenziario per le infrastrutture in Italia che abbia il potere di decidere una spesa e di farla”. Sul lavoro del gruppo e la situazione del settore, il ceo ha sottolineato come ad oggi “abbiamo 1,5 milioni di posti di lavoro che sono stati perduti nel settore. Dobbiamo domandarci perché noi, lavorando in 52 Paesi, riusciamo a farlo dappertutto ma non riusciamo a farlo qua”.

In merito alla situazione politica del nostro Paese, piuttosto paludosa, l’ingegnere a capo del colosso delle costruzioni si è limitato ad una considerazione. “Vivendo in un mondo globale bisogna continuare a confrontarsi con gli altri, perchè pensare di essere isolati e di poter fare le nostre scelte senza collegamenti col resto del mondo è una pia illusione. Oggi le economie competono tra loro come competono i Paesi e senza infrastrutture questa sfida non si vince”. Messaggio sibillino ma non troppo a chi (Lega?) vorrebbe mettere in discussione parte dell’architettura europea.

Intanto si fanno sempre più insistenti le voci di un approdo di Salini a Wall Street. Secondo indiscrezioni di stampa, il gruppo potrebbe infatti approdare dall’altra parte dell’oceano a Wall Street e per questo starebbe valutando il delisting da Piazza Affari. Questo per dare maggiore importanza ad un business ormai fortemente incentrato sul mercato statunitense. Il delisting avrebbe un costo di circa 450 milioni di euro per la famiglia Salini che dovrebbe arrivare al 100% del capitale dal 67% che possiede attualmente.

 

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