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A Gaza c’è di che manifestare. Arresti arbitrari, tortura, esecuzioni sommarie, omicidi d’onore. Delle violazioni dei diritti umani a Gaza si sa poco, vista l’attenzione quasi esclusiva sul conflitto. A questo si aggiunge la corruzione, la mancanza di infrastrutture e la disoccupazione. Ma sono queste le cause delle manifestazioni chiamate “La Marcia del Ritorno” che ospitano lanci di pietre, bombe incendiarie, spari e tentativi di forzatura della barriera di confine con Israele?

Nel gennaio 2017 una serie di proteste contro Hamas dopo la decisione dell’Autorità Palestinese di tagliare la fornitura di energia elettrica è caduta nell’oblio. Il rapporto di Amnesty International del 2017/2018 parla di almeno 28 donne vittime di omicidi d’onore; 9 uomini condannati a morte (6 per “collaborazionismo con Israele”, 3 per assassinio di un leader di Hamas), 35 attacchi ai media e giornalisti (in particolare chi collabora con l’Autorità Palestinese). Il rapporto di Human Rights Watch è ancor meno dettagliato. The Guardian racconta della recente esecuzione di un presunto collaborazionista da parte della sua stessa famiglia, che si unisce alle più di 100 condanne a morte documentate dal Palestinian Center for Human Rights contro membri di Fatah a Gaza. Pochi dati.

Si punta solitamente il dito contro i rigidi controlli di sicurezza nei passaggi delle merci da e verso Gaza, sul blocco navale imposto da Israele, sulle conseguenze delle operazioni militari israeliane contro i lanci di missili di Hamas o di altre organizzazioni terroristiche che operano a Gaza. È per questo che circolano nelle reti sociali video “tutorial” su come costruire bombe incendiarie? È per questo che al confine nord della Striscia hanno ammassato pneumatici da incendiare per quello che è stato definito “il venerdì dei copertoni”?

Secondo il quotidiano al-Ayyam, gli attivisti hanno sperimentato la tecnica dei copertoni venerdì scorso e la ripeteranno questo fine settimana bruciando anche altro materiale plastico per creare una nube tossica che il vento indirizzerà verso i soldati israeliani.

Certa stampa palestinese inneggia ai “martiri” che hanno perso la vita negli scontri con le forze armate israeliane e mette in guardia su un nuovo “massacro” che Israele pianificherebbe per questo fine settimana. Le “proteste” sono disordini architettati per distogliere l’attenzione dai problemi della popolazione palestiense e continuare l’ostilità contro Israele. Come riportato dal canale mediatico Al-Aqsa TV, il capo di Hamas all’estero Maher Salah ha elogiato i martiri e i rivoltosi e il loro valore nella lotta del popolo palestinese, rigettando riconoscimento, normalizzazione o coordinamento con Israele. I diritti umani, tuttavia, sembrano stare a cuore a Hamas, che sempre attraverso Al-Aqsa TV condanna gli avvenimenti di venerdì scorso quali violazioni della libertà di espressione e manifestazione, visto il diretto attacco a giornalisti e partecipanti.

L’enfatizzazione del “diritto al ritorno” vuole convogliare le frustrazioni dei gazawi verso Israele, proprio in un periodo di crisi del regime di Hamas, sotto pressione palestinese e internazionale. Il diritto al ritorno è inserito poi in un contesto politico che rifiuta l’esistenza di Israele. Per esempio, il territorio che oggi costituisce Autorità Palestinese Gaza e Israele, definito “Palestina storica”, è interamente rivendicato in opposizione al riconoscimento di una sovranità israeliana. Il diritto al ritorno diventa, quindi, un elemento cardine nella narrativa politica di chi non accetta l’esistenza dello Stato ebraico né alcun tipo di negoziazione.

Le proteste al confine di Gaza sono violente e pianificate per creare occasioni di scontro armato tra miliziani delle varie organizzazioni e soldati israeliani, mentre la popolazione civile viene usata come stendardo di un finto pacifismo. Non occorre scomodare Gandhi. Non è questa la non-violenza cui aspirerebbero dei manifestanti pacifici.

 

Israele legge

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