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Democrazia, volontà popolare e politica non sempre coincidono. Un esempio è stato il governo Monti, prodotto del laboratorio del Colle guidato da Giorgio Napolitano. Oggi al Quirinale c’è Sergio Mattarella, uomo meno portato alle alchimie rispetto al suo predecessore. Eppure anche questa volta non è affatto certo che volontà popolare e politica procedano nella stessa direzione.

La guida del Paese, a voler ascoltare il messaggio arrivato dalle urne, dovrebbe andare a Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Sicuramente il “governo dei vincitori” sarà un tentativo che si tenterà, ma i “perdenti” (cioè Silvio Berlusconi e il Pd “telecomandato” da Matteo Renzi) rendono il cammino di un simile esecutivo assai impervio. Berlusconi, ma il “forse” è d’obbligo, potrebbe anche accettare un governo con il M5s, però su di lui c’è il veto dei pentastellati. Inoltre, almeno ufficialmente, un “governo di programma” con i Cinque stelle, per Berlusconi dovrebbe avere un orizzonte temporalmente limitato, con lo scopo di portare rapidamente a nuove elezioni. Non esattamente quello che vorrebbero i pentastellati e gli stessi leghisti. L’unica possibilità sarebbe “far fuori” Berlusconi, con una intesa solo tra Lega e M5s. Ma anche così non mancano le controindicazioni. La prima è che Berlusconi, all’opposizione, è un cliente scomodo. Anche per un leader giovane e rampante come Salvini. La seconda è che molti voti ai grillini sono arrivati da ex elettori del Pd: l’alleanza con Salvini potrebbe riportarli alla base, ammesso che il Pd torni ad essere un prodotto vendibile.

Ciò nonostante resta l’ipotesi più credibile e rispettosa dell’esito del voto. E il messaggio che Giorgio Napolitano oggi manda al Quirinale va in questa direzione. Lo scenario uscito dal voto, ha detto aprendo i lavori del Senato, è quello di un Pd nettamente sconfitto e respinto all’opposizione a “inequivocabile vantaggio dei movimenti e delle coalizioni” che “di fatto sono oggi candidati a governare il paese”. “Per aprire, nell’attuale scenario, nuove prospettive al Paese sono insieme essenziali il rispetto della volontà popolare e il rispetto delle prerogative del Presidente della Repubblica “.

Le altre ipotesi “combinatorie” sono al momento più esercizi matematici che politici: M5s-Pd, M5s-Pd-Centrodestra, Pd-Centrodestra, Gentiloni fino alle elezioni e via così… Tutte alleanze e ipotesi improbabili ma non per questo impossibili, in barba alla volontà popolare e all’esito del voto.

Al momento la situazione non è bloccata, ma bloccatissima. Così proseguendo lo stallo potrebbe durare dei mesi, con Gentiloni a gestire gli affari correnti, compresi def e manovra. Un po’ come avvenuto in Belgio, in Spagna e in Germania, senza per questo che la situazione economica del Paese (a vedere quegli esempi) ne soffra, anzi…

Ma in politica spesso le situazioni si sbloccano improvvisamente con un “click” che accende la luce e spazza via le tenebre. E sicuramente avverrà anche in questo caso.

Intanto il Senato cercherà di rallentare il più possibile l’elezione del suo presidente, che comunque rischia di avvenire prima che si sblocchi la partita sulla Camera. E questo potrebbe introdurre nuove variabili in una situazione che ha bisogno invece di qualche punto fermo. Però a Montecitorio non si sa ancora che pesci prendere. E quindi anche alla Camera si rallenta, nell’attesa che i partiti trovino la quadra per entrambi i rami del Parlamento. Oggi a Montecitorio erano in programma tre votazioni, ma se ne terranno più probabilmente solo due, tutte “fumate nere”. Lo sblocco passa, paradossalmente, dalle scelte di uno dei “perdenti”, Silvio Berlusconi. Se Forza Italia rinuncerà a candidare Paolo Romani per Palazzo Madama switchando su Maria Elisabetta Casellati, ex magistrato, si potrebbe realizzare la convergenza dei 5 stelle aprendo a una soluzione anche la partita della Camera.

A Montecitorio è “vediamo…” la risposta che si ottiene dai parlamentari quando si chiede una previsione. Come per il ciclismo su pista, si sta in “surplace” in attesa di scattare verso il traguardo. Basta aspettare.

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