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Il viceministro agli Affari esteri, Edmondo Cirielli,  ha messo in chiaro una cosa durante il dibattito alla Camera di mercoledì scorso: il sostegno agli Emirati Arabi Uniti non è soltanto una questione di convenienza economica, ma un imperativo etico strategico. Il disegno di legge di ratifica dell’accordo di cooperazione nel settore della Difesa tra Italia e UAE, approvato dall’Aula di Montecitorio con 152 voti favorevoli, 1 contrario e 105 astenuti, rappresenta molto più di un semplice aggiornamento di intese bilaterali. È un segnale preciso sulla direzione che l’Italia intende imprimere alla propria politica di sicurezza nel Mediterraneo allargato e nel Golfo, in un contesto di crescente instabilità regionale.
Oltre gli idrocarburi: la dimensione umana e strategica del rapporto Italia-UAE
Cirielli si rifiuta di ridurre il rapporto con Abu Dhabi a mere questioni di petrolio o gas, nonostante gli Emirati restino uno dei principali partner commerciali italiani nell’area Mena. Ha sottolineato invece la presenza significativa e radicata della comunità italiana nel Paese – “decine di migliaia di italiani che vivono e lavorano” – come prova tangibile della fiducia reciproca e della profondità dei legami. Questo aspetto umano, spesso trascurato nelle analisi puramente economiche, diventa rilevante quando si considera la cornice di sicurezza in cui opera quella presenza: imprese impegnate in progetti infrastrutturali, tecnologici e di servizi che richiedono un ambiente stabile e prevedibile. L’accordo difensivo, quindi, non tutela solo interessi astratti di Stato, ma protegge attivamente cittadini e attività produttive italiane sul terreno.
Il contenuto sostanziale: da cooperazione tradizionale a domini emergenti
Il testo dell’accordo, come precisato dallo stesso Cirielli, va ben oltre lo scambio di informazioni o le esercitazioni congiunte tradizionali. Prevede infatti una cooperazione strutturata su cinque assi principali:
1. Politiche di sicurezza e difesa: coordinamento su minacce comuni, dal terrorismo marittimo alla stabilità del Golfo.
2. Sviluppo di procedure condivise: interoperabilità tra forze armate, dalla pianificazione operativa alla logistica.
3. Cooperazione industriale della difesa: coinvolge direttamente il complesso militare-industriale italiano (Leonardo, Fincantieri, MBDA Italia) in progetti congiunti, potenzialmente includendo ricerca e sviluppo in settori ad alto valore come lo spazio e i sistemi autonomi.
4. Sicurezza cibernetica e tecnologie emergenti: esplicito riferimento all’intelligenza artificiale, ai sistemi autonomi a controllo remoto e alla difesa delle infrastrutture critiche digitali – un ambito dove gli Emirati hanno investito pesantemente negli ultimi anni.
5. Clausole di futuro: apertura verso domini ancora in evoluzione, come le applicazioni militari dell’AI generativa o le contromisure alle minacce ipersoniche, dimostrando una volontà di mantenere l’accordo rilevante nel lungo termine.
Il voto alla Camera: consenso trasversale ma segnali di prudenza
L’esito parlamentare – 152 sì, un solo contrario (probabilmente da parte del Movimento 5 Stelle) e ben 105 astenuti – racconta una storia più complessa di un semplice sostegno governativo. Gli astenuti, quasi certamente provenienti dalle forze di opposizione (Partito democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra), non hanno contestato l’accordo in sé, ma hanno espresso riserve sul timing e sul framing utilizzato dal governo. Alcuni osservatori parlamentari hanno segnalato preoccupazioni legate alla caratterizzazione degli Emirati come “vittima di aggressione iraniana”, temendo che potesse avvicinare l’Italia a posizioni troppo allineate a specifiche dinamiche regionali senza sufficiente neutralità diplomatica. Questa cautela riflette un sentimento più ampio in parte dell’opposizione: sì al rafforzamento dei legami con Abu Dhabi, ma con maggiore attenzione ai diritti umani e alla necessità di evitare che la cooperazione difensiva diventi un veicolo per allineamenti geopolitici rigidi.
Verso il Senato e oltre: cosa aspettarsi
Il passaggio al Senato non è scontato. Nonostante la maggioranza di centro-destra possa contare su numeri sufficienti, il voto segreto possibile in commissione Affari Esteri e la tradizione di maggiore indipendenza senatizia potrebbero riservare sorprese.
L’accordo Italia-Uae non è soltanto un aggiornamento tecnico di intese militari. È un tassello della più ampia strategia italiana di “difesa attiva” nel vicinato: costruire reti di sicurezza cooperative con partner affidabili per promuovere stabilità, proteggere interessi nazionali (dalla diaspora alle catene di fornitura energetica) e mantenere autonoma capacità di valutazione nelle turbolenze mediorientali. Come ha efficacemente sintetizzato Cirielli, in un contesto di pressioni crescenti, quel sostegno non è solo opportuno – è diventato un dovere che l’Italia non può più permettersi di rimandare.

Così l’Italia rafforza il patto di sicurezza con gli Emirati Arabi Uniti

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