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L’input politico è arrivato alla fine: “L’Italia deve sfruttare la posizione geopolitica – ha detto Marco Minniti -, dobbiamo massimizzare quello che sappiamo fare bene. Se parliamo di Mediterraneo, Africa settentrionale e Medio Oriente, l’Italia ha già asset che altri non hanno”. Il ministro dell’Interno si riferiva alla presenza dell’intelligence e ne ha parlato al convegno organizzato dal Centro studi americani per presentare il libro “Materiali di intelligence: dieci anni di studi 2007-2017”, a cura del prefetto Marco Valentini e del professore Mario Caligiuri, che raccoglie una selezione delle lezioni tenute al Master in Intelligence presso l’università della Calabria.

I servizi segreti hanno compiuto passi da gigante negli ultimi decenni e una svolta è certamente rappresentata dalla legge di riforma 124 del 2007, nella quale tra l’altro sono regolate le “operazioni non convenzionali” per le quali, ha sottolineato Minniti, “l’Italia è l’unico Paese con la doppia chiave di autorizzazione, quella dell’autorità politica e quella della magistratura”, visto che si tratta di commettere determinati reati per motivi di sicurezza nazionale. Quella legge consente anche di reclutare al di fuori dei tradizionali bacini delle forze dell’ordine e delle forze armate: “Investire nelle università è tecnicamente un’operazione di influenza i cui effetti si avranno anni dopo” ed è bastato ricordare il celebre caso della spia inglese Kim Philby, al servizio dei sovietici dagli anni Trenta agli anni Sessanta dopo essere stato reclutato quand’era studente a Cambridge.

Il ministro non ha risposto alla moderatrice Maria Latella sul numero di giovani reclutati nelle università italiane, precisando però che negli ultimi anni sono stati valutati 8mila curricula e che nelle varie conferenze negli atenei ai giovani ha ripetuto un concetto: “Nei servizi segreti è vietato fare i selfie” aggiungendo di essere andato “in controtendenza anche rispetto al governo di cui facevo parte” e facendo così fischiare le orecchie a un ex presidente del Consiglio. Certo è che l’intelligence è sempre più importante in un mondo in cui “l’Occidente non è più universale e in cui non c’è un nemico universale, che anzi non si sa dove si manifesti”, ha detto Luciano Violante, presidente dell’associazione Italia decide ed ex presidente della Camera. “Abbiamo problemi di concorrenza, stabilità, sicurezza, ci sono ‘tiranni elettivi’ in Russia, Turchia, Egitto: dobbiamo parlare con loro, ma anche guardarcene”. Per tutto questo il master calabrese è particolarmente utile.

“Viviamo nella società della disinformazione permanente, quindi l’intelligence serve a comprendere la realtà”, ha osservato Caligiuri secondo il quale l’attacco a Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015 ha costituito una svolta perché “da allora ogni giorno si parla di intelligence. La realtà è da una parte e la percezione della realtà dall’altra: l’intelligence spiega come sta il mondo, anticipa e interpreta in maniera realistica”. L’esperienza del master sta portando alla nascita del primo corso di laurea in materia e, ha raccontato il prefetto Valentini, nacque con l’intento di “mettere in relazione la cultura accademica e quella dell’amministrazione”. La sintesi è stata di Caligiuri: “L’intelligence sarà la scienza del futuro, il campo di battaglia dove si vince o si perde”.

minniti

L'intelligence come scienza del futuro. Parola di Marco Minniti e Luciano Violante

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