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È probabilmente ancora presto per analizzare appieno il fall out della decisione trumpiana di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul programma nucleare con l’Iran, ma i movimenti diplomatici sono intensissimi da alcuni giorni.

Uno dei punti centrali è la questione energetica: all’Iran, che è un produttore di primo livello, il deal chiuso nel 2015 permetteva il sollevamento delle sanzioni e dunque concedeva la possibilità di tornare a fare affari con gas e greggio, con conseguente interessamento di diversi attori globali del settore (per dire: il brent dodici ore fa ha toccato i 78 dollari al barile, record dal novembre del 2014).

Delle ditte che hanno già messo piede in Iran, resteranno solo le cinesi, le russe, e le indiane come le previsioni degli esperti più cinici indicano da prima dell’uscita americana?

Certamente per aziende europee come la francese Total e l’italiana Eni la situazione si complicherà, anche perché tra le sanzioni che l’amministrazione Trump intende re-introdurre ce ne sono alcune che vanno a colpire gli istituti bancari che si fanno da prestatori per business in certi settori dell’economia iraniana: il rischio, per una banca europea che finanzia un progetto estrattivo in Iran è di finire in una black list americana e quindi vedersi chiuso il mercato di quella che è ancora la più grande economia del mondo.

Non è un caso allora se come primo viaggio all’estero il capo della diplomazia degli ayatollah, Javad Zarif (volto, insieme all’omologo americano obamiano John Kerry, dell’accordo di tre anni fa) s’è recato in Cina. A Pechino ha incontrato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, il quale ha commentato il meeting dicendo che la Cina assumerà un “atteggiamento obiettivo, equo e responsabile, manterrà la comunicazione e la cooperazione con tutte le parti interessate e continuerà a lavorare per mantenere l’accordo”.

I cinesi stanno sfruttando la mossa americana anche per stringere i rapporti con l’Europa: i tre paesi europei che hanno firmato il Nuke Deal (Francia, Germania e Regno Unito), nell’ambito del meccanismo diplomatico “5+1” costruito allo scopo di negoziare con Teheran, hanno tutti mantenuto il punto: l’intesa è perfettibile, ma è attualmente la migliore possibile.

Dunque Pechino gioca di sponda con Bruxelles e coglie l’occasione per dimostrarsi come potenza globale affidabile, alternativa al ritiro America First americano. Ora lo chiamano “4+1”, dove i quattro sono i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu rimasti nell’accordo (Francia, Regno Uniti, Cina e Russia) e il più uno è la Germania.

Nei giorni scorsi, il dietrofront americano e le conseguenze collegate sono state argomento di discussione tra le principali cancellerie internazionali. Per esempio, il ministro dell’Energia russo, Alexander Novak, ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo saudita, Khalid al Falih: hanno parlato degli sviluppi del mercato petrolifero dopo il ritiro americano dal deal con l’Iran, e hanno fissato un appuntamento per un faccia a faccia durante l’International Economic Forum di San Pietroburgo (sempre sul tema, ma anche sulle relazioni tra produttori Opec e non-Opec).

Russia e Arabia Saudita sono due paesi i cui conti pubblici sono particolarmente vincolati al mercato del petrolio: Mosca subisce le conseguenze della rottura americana da un lato politico, dato che vive un’alleanza d’utilità con l’Iran su un dossier molto delicato come quello siriano, ma gode del rialzo dei prezzi (uno dei motivi che hanno messo in crisi l’economia russa in questi ultimi anni è stato proprio il calare del prezzo del petrolio); Riad apprezza i frutti della rinnovata sponda americana nella sua politica anti-iraniana (giocata con maggiore aggressività in questi ultimi anni, secondo il nuovo corso al potere).

Anche la Russia sta lavorando per mostrarsi affidabile a livello internazionale sfruttando la vicenda del deal. Zarif, ripartito dalla Cina, è andato a Mosca, dove ha incontrato il collega locale Sergei Lavrov, che ha confermato all’iraniano l’intenzione russa di tener fede all’accordo (anche in questo caso una posizione antipodica a Washington non guasta).

Zarif ha anche annunciato pubblicamente che Lavrov si recherà a Bruxelles, dove incontrerà la Commissaria per la Politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, sostenitrice del deal, e i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Regno Unito.

“L’obiettivo finale di tutti questi negoziati è ottenere garanzie che gli interessi del popolo iraniano garantiti dal Jcpoa (acronimo tecnico dell’accordo sul nucleare iraniano, ndr) saranno protetti”, ha detto Zarif alla russa Interfax.

 

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