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Quel che più colpisce della lunga intervista di Virginia Raggi a Il Messaggero é la leggerezza dell’essere. Quella vaghezza fatta di mille “vedremo”, “stiamo lavorando”, “presenteremo le nostre proposte”, mentre la città sprofonda nel suo malessere esistenziale. Sporcizia, traffico impazzito, dissesto della pavimentazione urbana. Ed ora pure gli incendi ed il ventilato razionamento dell’acqua potabile: quasi il manifestarsi dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. Contro i quali il sindaco minaccia, non sapremo dire con quanta credibilità, il ricorso al “pugno di ferro”. Scioperi, permettendo.

I quattrocento giorni, trascorsi dal suo insediamento, almeno finora, non solo non hanno portato ad alcun miglioramento. Ma ha reso più fragile un tessuto urbano, che le precedenti Amministrazioni, avevano indubbiamente impoverito. Ma senza determinare quelle vere e proprie fratture, che si intravedono nella fornitura dei servizi essenziali: sia che si tratti del trasporto pubblico o della raccolta dei rifiuti. Quel che finora é mancato e manca nel lessico grillino é l’esistenza stessa della categoria dell’emergenza.

Durante la campagna elettorale Guido Bertolaso un’idea se l’era fatta. Ad agosto, subito dopo le elzioni – andava ripetendo – la prima operazione da fare, approfittando delle ferie estive, doveva essere la ripavimentazione delle principali arterie del traffico interno. Quelle grandi vie di comunicazione che avrebbero consentito gli spostamenti più rapidi, veloci e sicuri.

Nel frattempo si sarebbe buttato giù un programma più dettagliato, per intervenire in modo sistematico sulle altre mille strade cittadine, utilizzando in proposito i più sofisticati mezzi diagnostici e di pronto intervento. In proposito esistono macchinari in grado di produrre radiografie del manto statale e mezzi, provvisti di lance termiche, in grado di tappare le buche, utilizzando, seppure in parte, lo bitume danneggiato.

Era l’idea di un progetto capace di coniugare “emergenza” e “programmazione dei lavori”. Sulla raccolta dei rifiuti, si trattava solo di fare tesoro dell’esperienza napoletana, dopo aver risolto il nodo di fondo che ne condiziona i possibili sviluppi. Quello della loro destinazione finale, che non può essere il lungo viaggio verso approdi extra nazionali. Ma richiede la costruzione di quei termovalorizzatori, che rappresentano, almeno nel medio periodo, l’unica realistica soluzione. In attesa che la raccolta differenziata produca i suoi effetti miracolistici.

Sul bilancio del Comune di Roma era, invece, necessario produrre una due diligence – che richiede i tempi necessari – per coglierne tutte le debolezze strutturali. Non solo gli sprechi: cosa buona  e giusta. Ma soprattutto le insufficienze sistemiche dovute ad una legislazione nazionale che tratta la capitale della nazione alla stregua di un semplice capoluogo di Regione. Ed in aperto conflitto con quanto avviene con in tutte le altre capitali europee ed occidentali.

Virginia Raggi rivendica invece il primato di aver fatto tutto rapidamente: ottenendo una gratifica di 15 milioni. Una medaglietta, che non risolve certamente il problema di una sistematica insufficienza di risorse dell’ordine di svariati miliardi. Ed al quale può supplire solo lo Stato centrale, una volta che l’Amministrazione comunale abbia dimostrato di aver saputo fare la propria parte: in termini di riforme, efficienza, riordino amministrativo e via dicendo.

Ed invece l’autarchia grillina ha solo riportato indietro le lancette dell’orologio. Di Roma, capitale d’Italia, non si parla più. Le stesse pur discutibili proposte di Gianni Alemanno, sulla necessità di respiro nazionale, sono state eliminate dall’ordine del giorno. Sradicate dal “niet” frapposto all’idea di presentare la candidatura della città eterna alle prossime olimpiadi.

Su un punto é necessario far chiarezza. Se Roma é la capitale della nazione, lo Stato deve intervenire. Ma la stessa gestione della città non può ignorare i compiti che le derivano dal suo essere tale. Come sempre é avvenuto, esiste uno stretto rapporto tra oneri ed onori. Ignorare questo legame, com’é stato nel comportamento grillino, significa solo ricadere in un antico provincialismo. E con esso soffocare definitivamente ogni possibile idea di Roma, quale capitale di un grande Stato europeo. Come l’Italia deve continuare ad essere, nonostante la coda velenosa della crisi, che ancora l’avviluppa.

Vi racconto gli effetti dell'autarchia di Virginia Raggi a Roma

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