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L’ultima regina di Napoli, Maria Sofia di Baviera, (nella foto), nata Wittelsbach, consorte di Francesco II, visse gli ultimi anni della sua vita a Monaco, nella sua terra che aveva lasciato per condividere la fine di un Regno del quale diventò il simbolo fulgido ed eroico, ma anche tragico. La difesa di Gaeta porta il suo nome e nel suo ricordo ritorna alla memoria dopo oltre un secolo e mezzo. Giovanni Ansaldo, giovane giornalista e saggista, la incontrò nel suo “esilio” monacense nel dicembre del 1923. Aveva ottantadue anni. Li portava magnificamente e dopo i rovesci scaturiti dagli esiti della Grande Guerra si era adattata a vivere, senza alcun disagio, in una dimora relativamente modesta per il suo rango e circondata da una a minuscola corte che a volerla chiamare così ce ne vuole. Non aveva molte pretese la vecchia regina che orgogliosamente esibiva ai visitatori la sua cittadinanza italiana, ma rifuggiva dall’agiografia che la circondava e ne faceva quasi un mito. Soprattutto non le piaceva essere definita “aquiletta bavara”, come D’Annunzio l’aveva scolpita senza nessuna intenzione offensiva.

Maria Sofia voleva essere considerata una donna ed una sovrana che aveva compiuto fino in fondo il dovere che il destino le aveva riservato. E percorrendo molte delle strade d’Europa, compresa quella di Vienna dove regnò sua sorella Elisabetta, figura non meno combattiva e tragica, si ritrovò dopo aver animato i propositi di restaurazione nelle Due Sicilie nella sua residenza a Parigi, in quella Monaco che aveva visto i fasti di suo cugino Ludwig ed il dispiegarsi della fantasia wagneriana sublimata poi nelle rappresentazioni di Bayreuth. A Monaco non sappiamo se fu felice, certo la serenità dell’aria di casa, il lungo respiro che da Possenhofen le arrivava fin nella capitale bavarese, di certo rese la sua vecchiaia più lieve a fronte della giovinezza tumultuosa.

Ansaldo trovò la “Duchessa di Castro”, titolo assunto dopo la disfatta, – “imperatrice dell’anima mia”, come volle rappresentarla – chiusa nella quiete dei ricordi, ma vigile su ciò che in Italia, amata nonostante tutto, accadeva in quel primo scorcio di Novecento mentre maturavano eventi impensabili prima del conflitto bellico. Sapeva tutto di Giolitti e di Mussolini, leggeva giornali che sempre meno le giungevano, si informava di ciò che accadeva ovunque ed in qualche modo, come il giovane scrittore ebbe modo di notare, “regnava” nonostante tutto. Scrisse Ansaldo: “Amo in lei la bellezza e la dignità della tragedia. I re ci saranno sempre, trionferanno delle teorie e delle rivoluzioni, perché la tragedia è necessaria, ed essi solo ne sono i personaggi”.

Ecco, bastano queste poche parole per rappresentare sinteticamente l’itinerario esistenziale di una regina grande e sfortunata, che giganteggia tra le miserie del suo tempo e si impone alla nostra postuma ammirazione. “Mentre tentavo il mio primo inchino cortigiano, Maria Sofia accennava ancora, tristemente col capo, alle avventure del mondo che essa non vedrà più”, annotò Ansaldo. Si sarebbe spenta due anni dopo quell’incontro, in un’ala appartata del vecchio palazzo costruito dal duca Max suo padre sulla Ludwigstrasse, ospite del nipote figlio del fratello Carlo Teodoro. Un accomodamento inevitabile per lei che non se ne dava pena pur avendo abitato e frequentato dimore sontuose, ma portandosi sempre nel cuore la semplicità il piccolo castello di Possenhofen, quasi una casa di campagna, nella quale nacquero e si formarono in gaia atmosfera sovrani, regine, duchesse ed un’imperatrice amata come una leggendaria dèa.

Nelle sue peregrinazioni giovanili Giovanni Ansaldo, principe dei giornalisti colti del Novecento, nato a Genova nel 1895 e morto, guarda caso, a Napoli nel 1969, nel decimo anno della direzione de Il Mattino, si soffermò a lungo in Germania durante la Repubblica di Weimar. Lo scopo era quello di scrivere un saggio accademico, ma il “dèmone” della scrittura gli prese la mano e gli dettò scritti magnifici si storia, arte, idee, personaggio e accadimenti che letti insieme offrono uno scenario sul quale si stava preparando la più grande mutazione europea nei costumi, nella cultura e nella politica di quel secolo che s’annunciava tumultuoso.

aragnoScritti oggi riuniti sotto il titolo di un volume che ha un sapore antico, per eleganza e stile: Il fascino di Sigfrido (Nino Aragno editore, pp.249,€ 15), arricchito dalla scintillante prefazione di Francesco Perfetti che insieme con il figlio di Ansaldo, Giovanni Battista, ha ideato il libro che questi non ha fatto in tempo a vedere pubblicato dopo essersi prodigato nel raccogliere e ricopiare gli articoli e i saggi che lo compongono.

È un volume dall’andamento discontinuo, ma per questo particolarmente suggestivo: si apre con i sontuosi funerali dell’ex-imperatrice Augusta Vittoria, prima moglie di Guglielmo II, morta in esilio a Doorn in Olanda, celebrati a Potsdam il 19 aprile 1921, con il concorso di tutta la vecchia aristocrazia gugliemina che per la prima vola si ritrovava dopo la sconfitta militare della Germania, e si chiude con le vicende che portarono all’occupazione della Saar, preludio di altre convulsioni che avrebbero aperto la strada agli “anni decisivi”, per dirla con Spengler, annunciati dal fallito putsch di Hitler nella nota birreria di Monaco della quale Ansaldo fu se non testimone oculare, quasi.

Gli articoli scritti da Ansaldo durante il lungo e frammentato soggiorno tedesco, oltre ad essere pezzi di ottimo giornalismo, costituiscono, come osserva Perfetti, “un’eccezionale documentazione di prima mano su un momento delicato della storia della Repubblica di Weimar, troppo spesso ricostruita soltanto con un approccio di tipo politologico ovvero culturale”. E per rendersene conto basta leggere le pagine dedicate alle mire sulla Ruhr da parte della Francia, la cui occupazione che contribuì a far esplodere il nazionalismo tedesco vilipeso dalle “riparazioni” pretese dai vincitori e “innesco” di una lunga tragedia.

Gli umori che Ansaldo riusciva a trasferire con i suoi articoli nel lettore hanno ancora oggi del “prodigioso”. Per questo – ma non soltanto – Il fascino di Sigfrido è un libro per palati fini, per chi ama la storia e la letteratura, l’aneddotica e la memorialistica, la politica e la grande appassionante cronaca che al centro ha le vicende dei popoli e quelle di uomini e donne eccezionali che danno il senso ad un’epoca. Come Maria Sofia, tedesca e napoletana, una sovrana europea, insomma, che soltanto la penna di Ansaldo poteva restituirci in tutto il suo tragico splendore.

Il lungo viaggio di Giovanni Ansaldo nella Germania di Weimar

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