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“Where is Zuck?” è stato fino a ieri l’hashtag che circolava in Rete. Dopo lo scandalo Cambridge Analytica, molti attendevano un commento da parte di Facebook. Questo è arrivato nella serata di mercoledì, quando Zuckerberg ha affidato a un lungo post sul suo profilo alcune dichiarazioni sul caso, affermando: “We also made mistakes, there’s more to do, and we need to step up and do it”.
Una vera e propria ammissione di responsabilità da parte del ceo della società, ricca di buoni propositi … tutti da verificare però.
Di questo avviso sono state evidentemente le istituzioni che, più solerti del social, hanno avviato, già nei giorni scorsi, alcune indagini sulla questione: nel Regno Unito, è intervenuta l’Autorità indipendente Ico – Information Commissioner’s Officer, e negli Stati Uniti, la Federal Trade Commission.

In Europa, altrettanto numerose sono state le dichiarazioni di esponenti istituzionali: dall’impegno manifestato dalla Mariya Gabriel, Commissaria europea per la società digitale, a quello di Vera Jourova, Commissaria europea alla Giustizia. Il Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha annunciato una convocazione dei responsabili delle società coinvolte nella vicenda.
“We live in a world of near-ubiquitous data collection”, si leggeva già nel 2014 in un Report pubblicato dall’executive office del Presidente degli Stati Uniti, ma quando la raccolta di dati diventa mezzo per orientare la campagna elettorale, la questione diventa più preoccupante.
Anche l’Agcom è scesa in campo, chiedendo al colosso statunitense di fornire uno specifico focus sull’impiego di data analytics per finalità di comunicazione politica, nell’ambito di una già consolidata collaborazione avviata con il Tavolo tecnico per la garanzia del pluralismo e della correttezza dell’informazione sulle piattaforme digitali.

Il tema è ampio e coinvolge primariamente la privacy degli utenti. Non dimentichiamo che le informazioni sull’orientamento politico, in quanto dati sensibili, godono di una tutela rafforzata, come ribadito dal General Data Protection Regulation, all’art. 9.
Inoltre, la vicenda rischia di incidere sui sistemi democratici. E allora, si tratta di comprendere se, sviluppando profili elaborati degli utenti, attraverso l’analisi dei comportamenti online, si possa influire sul comportamento elettorale: dovremmo più propriamente chiederci se la propaganda computazionale data-based può minare le sorti democratiche e come è possibile interrompere questo trend.

Proprio recentemente un filone di indagine presso il Cambridge University Psychometrics Centre, nel raccogliere le reazioni e i dati degli utenti di alcune app, ha dimostrato come sia possibile profilare i soggetti e fornirne dei modelli psicologici. Sembra quindi facilmente intuibile che le attività di microtargeting possano contribuire a implementare quelle tecniche di manipolazione online, fornendo a ciascuno una realtà pericolosamente selezionata da altri.

Facendo proprio l’insegnamento dei classici siamo quindi chiamati a distinguere anche nell’epoca moderna quella “politica patologica”, frutto del pathos e delle emozioni, da quella politica ispirata alla verità come principio della polis ideale.

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