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Gran parte delle critiche rivolte a Papa Francesco, in primo luogo dal mondo intellettuale europeo, poggiano sull’assunto che il pontefice presenti una cultura prettamente latino-americana, e che di conseguenza non sia abbastanza preparato sulla storia del concetto di democrazia liberale instauratosi in Europa negli ultimi secoli. O, ancora peggio, che si comporti da populista, e che il suo pensiero sia “semplice”, visto che è con parole semplici che si esprime ai fedeli. Ebbene queste idee, ma non solo, vengono invece smontate, punto per punto, dal filosofo Massimo Borghesi nel suo ultimo lavoro “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale”, edito da Jaca Book (pp. 304, 20 euro).

Quella di Borghesi è un’opera editoriale che presenta una ricostruzione sistematica del pensiero dell’attuale pontefice. Un’elaborazione che finora era stata prodotta solo in parte, attraverso dei semi sparsi per la sterminata bibliografia già data alle stampe su Papa Francesco, il primo papa americano, venuto dalle periferie del mondo. E che ha ereditato il ministero petrino dopo le scioccanti dimissioni del suo precedente, Benedetto XVI, “il più grande teologo dei nostri tempi”, come lo definisce Borghesi, individuandone la continuità di pensiero con Francesco, come allo stesso modo anche con Paolo VI o con Giovanni Paolo II.

Per fare questa operazione Borghesi ha ripercorso fin dall’origine la genesi del pensiero di Papa Francesco, da vescovo e da cardinale di Buenos Aires. Ma ancora prima a partire dagli anni giovanili della sua formazione, che passeranno inevitabilmente per un’Argentina dilaniata, in una crisi profonda che ha coinvolto tanto il popolo quanto la Chiesa stessa, segnando tanto l’esistenza del giovane Bergoglio quanto il suo pensiero. Qui il filosofo, grazie anche a delle interviste registrate fattegli pervenire dallo stesso pontefice, fa delle scoperte importanti e inaspettate. Innanzitutto, quella che uno degli autori di riferimento di Bergoglio, e quindi uno dei cardini su cui si edificherà il suo pensiero fino ad oggi, non è un latino americano ma è un europeo, nello specifico un francese. Si tratta di Gaston Fessard, gesuita del novecento che propone una rilettura di Hegel in maniera cristiana, puntando cioè alla riconciliazione non nella speculazione ma nel mistero, e che in questo modo lo spingerà all’elaborazione di una sorta di pensiero “tensionante”, una dialettica “polare” e “antinomica” in cui gli opposti trovano la loro sintesi nella Chiesa. O meglio, nello Spirito Santo, senza però essere negati nella loro specificità o ridotti ad altro da sé. E in cui quindi, come in uno dei quattro noti principi teologici elaborati da Bergoglio, l’unità è superiore al conflitto.

Questo pensiero, e in particolare il testo di Fessard “La dialettica degli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola”, avrà significative ripercussioni in Papa Francesco, che non a caso indagherà il lavoro di Romano Guardini per la sua tesi di dottorato, e l’idea da lui riproposta di coincidentia oppositorum. Scovando in questo passaggio fondamentale una forte vicinanza con Joseph Ratzinger. Pensiero filosofico, non teologico, fa inoltre notare Borghesi. Ma è da qui che nasce l’idea dell’attuale pontefice riguardo alla Compagnia di Gesù come sintesi degli opposti, in particolare all’interno della complicata vita politica argentina con la convinzione che il dialogo fosse il vero obiettivo a cui la Chiesa, e ogni politico cristiano, debba puntare. Idea che corrisponde perfettamente a quanto propone oggi il pontefice, in particolare quando si appella alle sorti del vecchio continente. E al superamento di quei residui della guerra fredda che hanno determinato il “disincanto odierno” e l’individualismo postmoderno “senza un orizzonte etico né morale”, come risultato cioè della caduta delle certezze storiche. Quel genere di “ateismo edonista” diventato “cultura dominante, con proiezione e diffusione globali”, che costituisce la “vera atmosfera”, scrive Borghesi riportando le parole di Francesco, del nostro tempo.

La Chiesa però non è solo l’unità di posizioni diverse, ma è anche il luogo del popolo, una categoria “mistica” che a Bergoglio sta profondamente a cuore. E in particolare del popolo fedele, “infallibile nel credere”, “modalità storica in cui la fede innerva la vita, la realtà, la cultura” e che si distanzia “dalle ideologie populistiche”. La fede cristiana del popolo è infatti per Bergoglio un “luogo teologico”, spiega ancora Borghesi. Idea riconducibile anche a quella “opzione preferenziale per i poveri” che ha segnato la Chiesa latinoamericana, dalla conferenza generale di Medellin del ’68, a quella di Puebla del ’79 fino ad Aparecida nel 2007, e che è in netta avversione agli ideali marxisti. Che anzi al contrario nasce proprio dalla lotta agli stessi, riprodotti poi nella teologia della liberazione, e dalla sua confusione tra piano teologico e piano politico, seguendo per di più la teoria della contro-violenza come metodo. Nel cammino della Chiesa latinoamericana Bergoglio incontra anche un altro degli intellettuali che maggiormente segneranno il suo pensiero, l’uruguaiano Alberto Methol Ferré, uno dei maggiori pensatori cattolici latinoamericani del novecento, in linea con la “sinfonia degli opposti” che “si colloca nell’alveo del cattolicesimo”. Cioè delle antinomie, o paradossi, che sono la grazia e la libertà, in un rapporto che in Bergoglio “dimostra di essere vivo solo come domanda e non come formula perfetta”, cioè non in un dottrinarismo. Ma in un’apertura del cuore alla grazia, e per la quale solo lo Spirito fa unità e diversità.

La critica poi di Ferré “all’ateismo libertino e alla società opulenta” è pienamente condivisa da Bergoglio e, in questo, “teologia del popolo” significava prestare attenzione alle “tradizioni religiose popolari” piuttosto che agli indirizzi culturali influenzati dalle “correnti moderniste, americanizzanti e marxiste”. I pensatori che in seguito vengono citati nel libro di Borghesi sono innumerevoli: Henri de Lubac, Adam Möhler, Hugo Rahner, Yves Congar, Michel de Certeau, Pierre Favre, Hans Urs von Balthasar, Lucio Gera, Luigi Giussani, Amelia Podetti, Miguel Angel Fiorito, Erich Przywara, Augusto del Noce. Fino ad arrivare a Sant’Agostino, e alla riscoperta di Bergoglio intorno agli anni 2000 del De Civitate Dei. Visione agostiniana che si opponeva allo Stato hegeliano, e che, accogliendo l’ermeneutica di studiosi quali Joseph Ratzinger, nello schema dei due amori, permetteva a Bergoglio di marcare le distanze da una teologia politica che ha “sempre ripudiato”. Per arrivare infine al tema di Amoris Laetitia, e dell’immagine materna di una Chiesa dove “la realtà è superiore all’idea”, e dove vige un “empirismo cristiano” che “non ama le mediazioni” di una “Chiesa burocratizzata”, ma che offre la sua testimonianza fondata su “un’esperienza viva della fede” come “unica risposta all’ateismo libertino”.

Una contesa, “tra universalismo astratto illuminista” e “concretezza del cattolicesimo”, che “si incontra con il popolo” nella “dimensione del cuore”, scrive infine Borghesi traendo ancora citazioni dai discorsi di Francesco. Scontro tra un pensiero unico “socialmente e politicamente totalitario” e “frutto di strutture gnostiche, non umane”, di un “teismo nebulizzato senza incarnazione storica”, e la “multipolarità” e “tensione degli opposti” di Francesco. Dove invece, in quest’ultimo, il noto poliedro non è altro che “la difesa della democrazia” dai “poteri non universali”, e dove “se la fede prescinde dal rapporto con il prossimo diventa puro idealismo”.

MAssimo Borghesi, papa

Le origini del pensiero di Papa Francesco

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