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Ci sono quattro diverse dimensioni di complessità nella progettazione di politiche digitali. In primo luogo si parla di un ambiente molto dinamico, in cui i modelli commerciali cambiano rapidamente, dove la parola chiave è rottura, (disruption, in inglese) che tuttavia allo stesso tempo dipende fondamentalmente dall’esistenza di infrastrutture fisiche: senza connessione non può esservi un mondo digitale. Le infrastrutture richiedono investimenti e questi a loro volta necessitano di certezze sulla loro futura profittabilità. La prima difficoltà risiede dunque in questa tensione fra statico e dinamico, fra incapacità di leggere il futuro e bisogno di stabilità per favorire investimenti in infrastrutture.

In secondo luogo, il mondo digitale è, per definizione, fluido: beni e servizi possono viaggiare attraverso il mondo in un batter d’occhio. Ciò significa che l’offerta e la domanda di prodotti digitali è profondamente condizionata dall’esistenza di molteplici quadri normativi – un problema particolarmente rilevante qua in Europa, vista la frammentazione normativa all’interno del mercato unico.

In terzo luogo, nonostante le apparenze, il mondo digitale è difficilmente intellegibile. È facile intuire come funzionano Google, Amazon o Airbnb, ma il modello economico sottostante ai servizi digitali è spesso molto complesso – piattaforme digitali multilaterali, con una grande varietà di attori (utenti, fornitori di contenuti, distributori, operatori telefonici etc), esternalità di rete molto forti, costi marginali trascurabili. In altre parole, nonostante la facilità con la quale si intuisce il funzionamento dei nuovi servizi digitali, è estremamente difficile concepire una struttura di mercato che possa condurre al miglior equilibrio fra attori economici, quello comportante il più alto beneficio per la società.

Infine, il digitale è pervasivo, è ovunque, è sempre con noi, ma facciamo fatica ad accettare che stia rapidamente rimodellando la nostra società e il nostro modo di pensare. Il digitale pone molti dilemmi etici che devono essere affrontati con la massima cura.

Nonostante queste difficoltà, per il futuro dell’economia europea è vitale adottare delle politiche digitali efficaci e coerenti. Per due motivi. Primo, perché il mondo che ci circonda sta cambiando; che ci piaccia o no, la trasformazione digitale è inarrestabile, riguarda tutti noi e non possiamo semplicemente ignorare il fenomeno perché troppo difficile da gestire sperando che il mercato porti da solo a risultati soddisfacenti per la società.

Secondo, perché la quantità di valore che può essere creata dal digitale è enorme. Le aziende che utilizzano strumenti analitici con big data tendono a essere il 5%-6% più produttive delle altre. Se digitalizzati, il settore manifatturiero potrebbe crescere del 20% entro il 2030 e le amministrazioni pubbliche potrebbero tagliare i propri costi del 15-20%.

Tuttavia, se guardiamo al panorama europeo, siamo ancora molto lontani dal traguardo. Anzi, per alcuni aspetti siamo in grave ritardo. Al momento, in Europa meno del 2% delle piccole imprese europee utilizza tecnologie digitali avanzate; meno del 20% di esse utilizza internet come canale di vendita; in Germania, l’80% delle aziende utilizza ancora i fax come mezzo di comunicazione. Questo è il motivo per cui abbiamo bisogno di una strategia digitale coerente che affronti tutte le complessità del mondo digitale e allo stesso tempo ci permetta di godere dei suoi benefici senza esserne danneggiati.

Ecco perché la Commissione Europea ha lanciato nel 2015 una Strategia per il Mercato Unico Digitale, costituita da un insieme di azioni che hanno come obiettivo i “mercati a valle”, ad esempio promuovere la fiducia nelle transazioni online o facilitare l’accesso a beni e servizi digitali transnazionali, e i “mercati a monte”, riducendo sostanzialmente i costi e migliorando l’accesso agli input per beni e servizi digitali, come l’accesso alle infrastrutture di telecomunicazione, la diponibilità di competenze tecniche digitali e l’accesso a vaste quantità di dati.

La logica alla base della strategia del mercato unico digitale è semplice: abbattere tutte le barriere, fisiche e non, che limitano l’offerta transnazionale di beni e servizi digitali fra paesi dell’Unione Europea, e così facendo aumentare la concorrenza ed ottenere effetti benefici significativi. Ad esempio, la concorrenza favorisce gli utenti finali e li incoraggia ad accedere ai servizi digitali, perché più concorrenza significa maggiore qualità a prezzi più bassi. I beneficiari sono in primo luogo i consumatori, ma anche le imprese, che devono diventare più digitali se vogliono rimanere competitive.  La concorrenza inoltre comporta un’allocazione efficiente di risorse e valore: premia le migliori aziende, le spinge a innovare e a essere più efficienti; costringe le imprese che sono inefficienti a uscire dal mercato rendendolo più produttivo nel lungo periodo.

Naturalmente questo non significa che aprire i mercati alla concorrenza sia sufficiente a risolvere tutti i problemi. L’adozione del digitale deve essere stimolata, ma le preoccupazioni legate all’incertezza del digitale non possono essere ignorate. Al contrario, una forte risposta pubblica alle preoccupazioni delle persone è necessaria. Ad esempio, le istituzioni non possono ignorare il senso di incertezza creato dall’avvento dell’automazione nel mercato del lavoro e misure concrete devono essere proposte per proteggere le categorie a rischio. Allo stesso modo, una risposta pubblica alle possibili conseguenze dei social media sulla pluralità dell’informazione è oltremodo necessaria e urgente.

Tuttavia, dobbiamo assolutamente evitare di cadere nella trappola della polarizzazione fra coloro che vedono il digitale come la soluzione di tutti i mali e quelli che sostengono che bisognerebbe tentare di rallentare il cambiamento per salvaguardare la nostra economia e società tradizionale. È un grosso errore credere di poter controllare l’evoluzione tecnologica. L’unica strada percorribile è accettare il cambiamento, la disruption digitale, incentivandone l’adozione, e allo stesso tempo affrontare con fermezza le sfide che ne derivano.

Mario Mariniello, consulente digitale presso il Centro Europeo di Politica Strategica, think-tank interno alla Commissione Europea sotto l’autorità diretta del Presidente Jean-Claude Juncker, si occupa della progettazione delle politiche comunitarie per migliorare le prestazioni dell’Europa nel mondo digitale.

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Di Mario Mariniello

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