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Nel recente libro che ho scritto con Giorgio Galli (“Come si comanda il mondo. Teorie, volti, intrecci”, Rubbettino editore) ho approfondito le relazioni delle principali multinazionali finanziarie del mercato globale. Tra queste, c’è Vanguard Group che è il primo azionista di Amazon con il 5,27% del capitale azionario, così come lo è anche di Google con il 5,53%, di Facebook con il 6,42% e di Apple con il 6,42%. Altri importanti investitori istituzionali dei colossi del web sono, oltre a BlackRock, anche altre multinazionali quali Fmr, State Street Corporation, T. Rowe Price Group, BlackRock, JP Morgan Chase&Co., Bank of New York Mellon, Capital Group e Northern Trust Corporation. Tutte società che sono tra le prime 50 società che nel nostro libro abbiamo considerato “quelle che comandano il mondo”.

Google, Amazon, Facebook e Apple sono giganti del web che possiedono il 90% delle informazioni digitali dell’intera umanità. I colossi digitali evadono le imposte, tanto da essere definiti, “primatisti olimpionici di elusione fiscale”. Nei soli Stati Uniti la somma sarebbe prossima ai 100 miliardi di dollari all’anno, mentre in Italia si potrebbero recuperare, per tasse evase, tra i 2 e 3 miliardi all’anno. Le quattro big di Internet, dunque, offrono servizi, vendono prodotti e pagano poche tasse. Approfondendo le biografie dei componenti del consiglio di amministrazione di Amazon risultano evidenti le interconnessioni di potere che confermano la tesi sul capitalismo relazionale, in base alla quale emerge il legame profondo tra multinazionali e mondo della finanza globale, università e media.

Questi aspetti sono più che evidenti nel curriculum del fondatore, di Amazon Jeff Bezos, il quinto uomo più ricco del mondo. Laureatosi nel 1986 all’Università di Princeton in ingegneria elettronica e informatica, ha fatto parte di Phi Beta Kappa, una delle confraternite universitarie più prestigiose d’America. Ha poi iniziato la sua carriera come ingegnere alla ExxonMobil, compagnia petrolifera statunitense di livello mondiale, proseguendo poi la sua attività nel settore informatico a Wall Street. Nell’agosto del 2013 ha acquistato il «Washington Post» per 250 milioni di dollari. Tra i consiglieri di amministrazione di Amazon spicca Jamie S. Gorelick che ha ricoperto numerosi incarichi nel governo degli Stati Uniti, come vice procuratore generale, consigliere generale del dipartimento della Difesa, assistente del segretario per l’energia e consigliere della commissione nazionale bipartisan sulle minacce terroristiche. Secondo il sito Qz.com, Amazon distrugge più posti di lavoro di quanti ne crei, pur essendo nel 2016 uno dei maggiori 10 datori di lavoro privati degli Stati Uniti. Infatti, sempre secondo Qz.com, nel 2017 “non è difficile vedere la correlazione tra un declino di 24.000 dipendenti umani e un aumento di 75.000 robot”. Nonostante la crescita di Amazon al ritmo vertiginoso del 40 per cento all’anno, questa avviene a discapito del sistema economico statunitense che vedrebbe la perdita di 170.000 persone all’anno nella vendita al dettaglio. Come si vede non è oro tutto ciò che luccica.

amazon, web

Perché l'oro di Amazon non luccica

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