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Ungheria e Slovacchia continuano a puntare sul petrolio russo nonostante la disponibilità di alternative, andando contro lo spirito delle esenzioni previste dalle sanzioni europee. È quanto emerge da un’analisi congiunta del Center for the Study of Democracy e del Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), due istituti il cui lavoro è mirato ad incentivare lo sganciamento dell’Unione europea dalle fonti energetiche russe. Nel report in questione, intitolato “The Last Mile: Phasing Out Russian Oil and Gas in Central Europe”, si evidenzia come dall’inizio del febbraio 2022 i due Paesi abbiano versato a Mosca circa 5,4 miliardi di euro solo in tasse sul greggio. Con una tale somma, osservano gli autori del report, il Cremlino riesce a finanziare l’acquisto di circa 1.800 missili Iskander-M.

Secondo gli esperti né Budapest né Bratislava mostrano segnali concreti di voler ridurre la dipendenza dal greggio russo, nonostante le esenzioni alle sanzioni fossero state concesse proprio per consentire una transizione graduale verso altre fonti. L’Ungheria, anzi, ha aumentato la sua quota di importazioni di petrolio russo dal 61% pre-invasione all’86% nel 2024, mentre la Slovacchia è rimasta quasi interamente dipendente da Mosca. La scelta di entrambi i Paesi di continuare a dipendere in modo quasi esclusivo dalla Federazione Russa per le forniture energetiche è di carattere politico. Il documento del Crea evidenzia infatti che sia per Budapest che per Bratislava esistono delle soluzioni alternative, come il collegamento attraverso l’oleodotto Adria che ad esempio transita dalla Croazia per quel che riguarda il petrolio, mentre sul mercato dell’Europa centrale sono disponibili abbondanti forniture di gas naturale da Paesi come Stati Uniti e Qatar.

Il direttore del Programma “Energia e Clima” del Crea Martin Vladimirov sottolinea come la scelta di continuare ad acquistare energia russa non sia dettata da vincoli infrastrutturali: “Si tratta piuttosto del risultato di una rete consolidata di intermediari e strutture commerciali offshore che consentono alle aziende russe di mantenere il controllo sul settore energetico ungherese, traendone ingenti profitti”. Nonostante l’accesso a forniture meno costose dalla Russia, i cittadini ungheresi e slovacchi non ne stanno beneficiando. Secondo l’analista energetico del Crea Luke Wickenden i prezzi del carburante alla pompa nel corso dello scorso anno sono rimasti tra il 2% e il 5% superiori alla media europea. Nel frattempo, il governo ungherese ha incassato oltre 500 milioni di dollari in tasse straordinarie legate al petrolio russo, utilizzati per colmare il deficit di bilancio.

La questione non sta certo passando inosservata a Bruxelles. La Commissione Europea intende proporre una legislazione per bandire gradualmente i contratti per il gas russo e imporre a tutti gli Stati membri piani concreti per porre fine alla dipendenza dall’energia di Mosca. Ungheria e Slovacchia, però, hanno già fatto sapere di avere “serie preoccupazioni” riguardo a queste proposte, denunciando possibili rincari e difficoltà logistiche. In un comunicato congiunto, i due governi hanno messo in guardia contro “prezzi dell’energia più alti e volatili”. La Commissione ha annunciato l’avvio di colloqui bilaterali con Budapest e Bratislava per tentare di superare le divergenze. Tuttavia, secondo due diplomatici europei, c’è il rischio che i due Paesi blocchino il rinnovo delle sanzioni contro Mosca in segno di ritorsione. Nel frattempo, l’Ue valuta l’ipotesi della “linea dura”, ovvero quella di procedere comunque, anche senza il pieno consenso come indicato dal Commissario all’Energia Dan Jørgensen. Il braccio di ferro è solo all’inizio, ma i dati parlano chiaro: la dipendenza da Mosca costa all’Europa, e frutta miliardi al Cremlino.

Perché Ungheria e Slovacchia scelgono di restare legati all'energia russa

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