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All’indomani della decisione di Donald Trump di de-certificare l’accordo sul nucleare iraniano che porta la firma di Obama, la palla passa al Congresso, che dovrà decidere se affondare il trattato irritando Teheran e aprendo una nuova fase di tensioni in Medio Oriente. Formiche.net ha chiesto a Nicola Pedde, direttore dell’Institute of Global Studies ed esperto di Iran, cosa può accadere in caso di uno strappo definitivo fra l’amministrazione Trump e il governo di Rohani.

Che cosa ha spinto il presidente Trump a de-certificare l’accordo sul nucleare iraniano?

Trump non certifica l’accordo perché non lo ritiene in linea con gli interessi nazionali degli Stati Uniti. Peraltro lo fa basandosi su motivazioni che non hanno nulla a che vedere con l’accordo, come la proliferazione missilistica o il supporto alle organizzazioni terroristiche. Quello di Trump è un gesto in risposta alla base elettorale, cui aveva promesso che avrebbe fatto di tutto per affossare l’accordo di Obama, ma anche agli alleati regionali, cioè l’Arabia Saudita e Israele.

Quali saranno le immediate conseguenze?

Le conseguenze saranno tutte verbali. Quel che ha fatto Trump non cambia granché nell’immediato. Il problema è la natura dell’atto in sé. Questa decisione è una trappola per il Congresso. Ci sono 60 giorni di tempo durante i quali i congressmen devono valutare la natura dell’accordo e l’eventuale presenza di violazioni. Un lavoro che ha già fatto il rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA) dando responso negativo.

E una volta fatte le valutazioni?

A quel punto il Congresso può decidere di lasciare carta bianca a Trump per esercitare lo snap back presidenziale per cancellare l’accordo. Oppure può emendarlo inserendo nuovi elementi, che però sarebbero rischiosi, perché l’Iran li può ritenere una violazione degli accordi presi.

In poche parole, dopo la mossa di Trump mantenere lo status quo non è più un’opzione.

Lo status quo potrebbe rimanere invariato qualora venissero apportate modifiche minime all’accordo. Alcune sono state già ipotizzate all’interno dell’amministrazione: ad esempio un’auto-esclusione degli Stati Uniti in costanza di determinati comportamenti dell’Iran in futuro.

Quanto pesa lo strappo di Trump sugli altri negoziati internazionali in corso, come quello con la Cina e il Giappone per contenere la Corea del Nord?

Lo ha chiarito il comandante dei Marines in una conferenza pubblica assieme al segretario della Difesa James Matthis, quando in sostanza ha detto: “Se verremo meno all’accordo con l’Iran, nessuno firmerà più un accordo con gli Stati Uniti”.

Cosa comporterebbe per gli Stati europei il naufragio dell’accordo?

Italiani, francesi, tedeschi hanno molti memorandum of understanding che attendono di essere trasformati in contratti. Il rischio soprattutto per l’Italia ma anche per il resto d’Europa è di vedere vanificato lo sforzo degli ultimi due anni per costruire con l’Iran una piattaforma non indifferente di relazioni economiche. Parliamo di accordi con un peso significativo sul Pil di questi Paesi.

Come sta rispondendo Bruxelles all’annuncio di Trump?

L’Alto Rappresentante Federica Mogherini ha detto chiaramente che distruggere l’accordo non è nei poteri di Trump, e soprattutto che non ci sono state violazioni dell’accordo sulla base del testo del trattato internazionale. Questi elementi cui Trump si riferisce sono portati nel dibattito dall’esterno da attori come i sauditi e gli israeliani.

Quali effetti ha prodotto l’accordo sul nucleare da quando è entrato in vigore?

Molto pochi. Dall’indomani della firma del Joint Plan of Action (JPOA) i funzionari del Tesoro americano hanno sistematicamente scoraggiato le banche europee dall’intraprendere qualsiasi tipo di azione in sostegno economico all’Iran, perché c’erano forti rischi di essere coinvolti nella violazione delle sanzioni. Per questo quasi tutti gli istituti di credito europei si sono rifiutati di operare in Iran senza specifiche garanzie da parte degli Stati. In Italia la SACE sta cercando di definire un piano di intervento, ma ad oggi è stato fatto poco. L’unico contratto partito è quello della Total, garantito da un istituto finanziario cinese, e poi quello di Airbus, che ha concesso a credito una serie di aerei all’Iran.

Tra i dubbi sollevati da Trump e non solo sul rispetto dell’accordo da parte degli iraniani, c’è il rifiuto da parte di Teheran di permettere ispezioni nelle basi militari, assieme alla continua proliferazione missilistica del regime di Rohani.

L’Iran ha negato il permesso ad alcune ulteriori ispezioni alle basi militari che non erano previste nell’accordo con la comunità internazionale. Quanto alla seconda accusa, per affossare l’accordo Stati Uniti, Arabia e Israele continuano a insistere che la proliferazione missilistica è parte del dibattito, ma così non è stato nel corso dei negoziati. Stanno cercando di snaturare l’accordo inserendo un elemento che per gli iraniani non è trattabile, cioè lo sviluppo del programma missilistico, l’unica forma credibile di deterrenza di cui oggi dispongono.

Obama aveva dichiarato che uno degli obiettivi dell’accordo era favorire la fazione “moderata” di Rohani a danno degli estremisti. Eppure mai come oggi Rohani è vicino ai Pasdaran e alle frange più radicali.

Rohani non è un moderato o riformista, è un pragmatico. Una frangia dei Pasdaran che controlla il sistema industriale ha visto con grande timore ogni ipotesi di apertura economica collegata alla fine dell’embargo. Dopo quarant’anni di economia autoreferenziale che ha creato potentati locali, la sola idea che possa subentrare nuova concorrenza ha suonato il campanello di allarme in alcuni ambienti. Parliamo di interessi di natura squisitamente economica, non ideologica.

Cosa pensa invece delle recenti minacce dei Pasdaran sotto il comando di Soleimani alle basi americane in Medio Oriente?

Sono diatribe politiche di una banalità esasperante. E comunque giungono in risposta alla minaccia di Trump di inserire i Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche. Francamente lo trovo difficile, perché i Pasdaran non sono solo una struttura militare, ma anche un colosso industriale con una struttura sociale al suo seguito.

Solemaini è al comando di 100.000 uomini sul territorio iracheno. Qualora aumentasse la conflittualità con gli Stati Uniti, ci sarebbe una ritorsione dei Pasdaran iraniani per destabilizzare l’Iraq?

Questo potrebbe avvenire solo dall’esterno, perché la Siria e l’Iraq hanno riconquistato i governi locali con l’aiuto della Russia e dell’Iran. Ci sono milizie irachene che lavorano di concerto con le forze iraniane e con i loro consiglieri militari. Anche in Siria non ci sono unità regolari iraniane, ci sono unità create ad hoc dalla Quds Force del generale Soleimani con l’impiego di soldati afghani e siriani. Poi ci sono addestratori iraniani ed operazioni occulte delle special force comuni ad ogni Paese. Solo la Russia ha dispiegato unità regolari, perché a differenza degli iraniani ha due basi sul territorio.

Tutti i rischi dell'affossamento dell'accordo sul nucleare iraniano. Parla Nicola Pedde

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