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Un corsivo di Rita Querzé sul Corriere è un’ottima occasione per fare il punto sulla condizione complessiva del mercato italiano del lavoro, al termine di una legislatura che ha visto molte innovazioni, altrettanti errori e la permanente esiguità di risorse investibili, che fa di ogni riforma un libro dei sogni, e che al culmine della disillusione innesca il movimento pendolare della restaurazione, che è la risposta sbagliata a problemi reali.

Querzé scrive di politiche attive del lavoro, l’oggetto misterioso di cui si parla da molti anni. In pratica, la ricollocazione di lavoratori che hanno perso l’occupazione, mediante formazione ed aiuto ad incrociare domanda ed offerta. Le politiche attive del lavoro sono l’ologramma italiano della leggendaria flexicurity, di scandinava applicazione, di cui da noi si favoleggia da lustri. L’idea è quella di proteggere il lavoratore e non il posto di lavoro, contribuendo ad ostacolare la necessaria fisiologia d’impresa (che ha un ciclo vitale), e che invece da noi tende a produrre aziende zombie, con elevato danno a produttività e contribuenti.

Il problema vero è che in Italia mancano risorse vere per fare flexicurity e la stessa Anpal, Agenzia per le politiche attive del lavoro, muove oggi i primi malcerti passi non senza incoerenze e criticità. Scrive Querzé:

“Cominciamo allora a chiamare le cose con il loro nome: qui si tratta di trovare lavoro ai disoccupati. Dio solo sa quanto ce ne sarebbe bisogno. Invece all’impresa si dedicano poche energie. E ancor meno risorse”.

Netto e preciso. Perché, tra una mancia e l’altra, i soldi necessari latitano:

“Prendiamo le leggi di Stabilità degli ultimi due anni. Per aiutare i disoccupati a trovare un nuovo lavoro sono stati messi sul piatto 100 milioni l’anno scorso e 250 quest’anno. Ma i fondi per il 2018 (i 250 milioni) non andrebbero conteggiati: servono solo a stabilizzare i precari dei centri per l’impiego. Gente che sta già lavorando: nessun incremento del servizio”.

Ora, è già surreale che i fondi stanziati a politiche attive del lavoro servano a stabilizzare il personale dei centri per l’impiego. Se poi altri fondi vanno ancora alla cassa integrazione, che doveva cedere il passo all’accoppiata Naspi-politiche attive, voi capite che in questo paese le riforme muoiono sul nascere:

“Invece per allungare di due anni la cassa integrazione nelle aree di crisi complessa e di un anno nelle aziende “strategiche” con più di 100 dipendenti, tra 2017 e 2018 sono stati mobilitati 400 milioni. Certo, allungare la cassa integrazione è un’operazione ‘popolare’. Mettere soldi sulle politiche attive meno. Se non altro perché nessuno sa di che cosa si stia parlando”.

Ma ora dovremmo essere al via: finisce la “sperimentazione” delle politiche attive del lavoro:

“Eppure da gennaio si dovrebbe cominciare a fare sul serio. Si parte con l’assegno di ricollocazione. Si stima che siano circa 600 mila i disoccupati che ne avrebbero diritto. L’assegno va da 500 a 5.000 euro. Sia chiaro: non si tratta di soldi che entrano nelle tasche dei disoccupati ma di una somma per pagare le attività di orientamento e formazione finalizzate a trovare un posto. Le agenzie private possono svolgere una parte del lavoro. Ma gli addetti del collocamento andrebbero formati. L’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive, si sta facendo carico di mettere in piedi una macchina complessa”.

Auguri all’Anpal ed a noi, allora. La partenza è stata difficoltosa, ma ci può stare. Il problema sarà quello di verificare efficacia ed efficienza della nuova tipologia di interventi, e se del caso correggerli. Chi scrive pensa, nella sua nota negatività realista, che i concetti di formazione permanente e riqualificazione siano splendide chimere, ma che non possiamo esimerci dal tentare, sperando di non riprodurre le porcate del passato, con la “formazione” appaltata ai sindacati. Oppure, che gli assegni di ricollocazione non siano solo generose erogazioni alle agenzie di lavoro interinale, anche se agganciare le erogazioni ai risultati è il minimo che ci si attende in questi casi.

Se le politiche attive del lavoro si confermeranno il morticino coi fichi secchi che minacciano di essere, la spinta a proteggere il posto di lavoro e non il lavoratore tornerà a farsi sentire in tutto il suo vigore, e torneremo a leggere del totem dell’articolo 18, magari esteso anche ad aziende sotto i 15 dipendenti. Sarebbe un evento catastrofico, che spingerebbe il paese ancor più verso l’immersione ed il nero, oltre a colpire la naturale fisiologia dell’ecosistema delle aziende, e di riflesso deprimere una produttività che già ha un andamento da ante rivoluzione industriale.

C’è poi un altro elemento caratterizzante del nostro mercato del lavoro: la tendenza allo sviluppo del tempo determinato, che è l’antitesi dell’obiettivo politico in base al quale è stato creato il Jobs Act. Se in giro vi fosse uno straccio di onestà intellettuale (quanto siamo illusi, vero?), i padri di quella riforma sarebbero i primi a dire che qualcosa è andato storto. Non siamo approdati alla flexicurity né al contratto di lavoro unico a tutele crescenti, ma per ora il tempo determinato regna incontrastato.

E cosa propongono, i nostri? Di rendere il tempo determinato più costoso dell’indeterminato. Corretto, no? In realtà sarebbe corretto solo se i costi del tempo indeterminato venissero ridotti sotto quelli del determinato. Invece, qui si pensa di aumentare quelli del determinato sopra all’indeterminato, e per non farsi mancare nulla si ipotizza anche l’aumento dei costi di risoluzione del rapporto nel tempo indeterminato, sia a livello individuale che collettivo.

Il problema resta uno ed uno solo: se non si riduce il costo del lavoro in modo drastico e per tutti (preservando ovviamente il netto in busta paga), l’unico esito possibile è la persistenza e l’ampliamento dell’area del nero e la proliferazione di misure raffazzonate e parziali.

(Estratto di un articolo tratto dal blog Phastidio.net)

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