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La domanda che da qualche tempo molti si pongono, all’ombra della Mole, è: Chiara Appendino soffre di sindrome da accerchiamento oppure è accerchiata per davvero? Il dato di fatto è che a Torino l’amministrazione appare in difficoltà.

L’ATTACCO DELLA STAMPA AD APPENDINO

Sui 5 stelle piovono molte critiche (le solite) da sinistra e da destra, ma se fosse solo per la politica non ci sarebbe nulla da segnalare. Il punto è che negli ultimi giorni anche influenti esponenti dell’imprenditoria e della finanza hanno mosso appunti all’indirizzo di Palazzo civico. E soprattutto l’ha fatto il giornale di casa, La Stampa, con un durissimo affondo a firma di Luigi La Spina, pubblicato venerdì in prima pagina, in cui si denuncia “il declino silenzioso di una città che si sente tradita”. La Spina ha usato parole durissime sottolineando come industriali e costruttori da mesi “lamentano la mancanza di una chiara visione sul futuro della città, dovuta a una irrisolvibile contraddizione tra le due «anime» della maggioranza di governo 5 stelle, quella «movimentista» che fa capo al vicesindaco Montanari e quella «governativa», rappresentata da Appendino”. E la crisi del capoluogo piemontese sarebbe tale che Torino “persa definitivamente la rincorsa con Milano, sconfitta da Firenze e Bologna”, potrebbe definirsi dal punto di vista socioeconomico “la capitale del Suditalia”.
Si tratta del primo attacco che il quotidiano di via Lugaro ha rivolto direttamente alla sindaca, perlomeno, il primo con tale enfasi. Non è un fatto da poco, se è vero, come è vero, che alla Stampa veniva sin qui mosso la critica opposta, ovvero di tenere una linea quantomeno “non ostile” alla Appendino.

LA SINDACA FERITA

Quella pagina della Stampa ha avuto sulla sindaca l’effetto di un ceffone a cinque dita, tanto che il giorno dopo, sabato, Appendino è intervenuta sullo stesso quotidiano con una lettera in cui smentisce le tesi della città in declino, accusa La Spina di non supportare le sue tesi con i dati, e rivendica il lavoro che ha svolto sin qui. Ma è evidente che la sindaca è costretta a giocare in difesa. Come lei, il resto della sua maggioranza. Lo si è visto benissimo sabato mattina, in Biblioteca Nazionale, dove veniva presentato il Rapporto Rota, forse il più importante studio sullo stato di salute della città. Qui Appendino non c’era, sostituita dal suo vice Guido Montanari, su cui sono piovute critiche (garbatissime, ma pur sempre critiche), al punto che pure Montanari si è più che altro difeso.

IL RAPPORTO ROTA

Il Rapporto Rota è redatto ogni anno dal Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi in collaborazione con la Compagnia di San Paolo e la Banca del Piemonte. Da 18 anni fotografa la situazione della città sulla base di numerosi indicatori socio-economici. E certifica un punto: Torino non sta bene. La crisi ha decimato le imprese, la disoccupazione giovanile resta alta, i redditi medi troppo bassi. Di più: la città sta molto peggio delle altre concorrenti, anche in Italia. “Siamo passati dall’essere uno dei cardini dello sviluppo del paese a una posizione ai margini – ha sottolineato Luca Staricco, uno degli autori del rapporto – L’area forte dello sviluppo urbano si colloca come un “sette” incardinato sulle linee dell’alta velocità”. Dunque ha il suo centro in Milano, si estende verso Venezia e poi scende a Bologna, Firenze e Roma. Torino pare sempre più tagliata fuori, e sulla base di decine di fattori, non di uno solo.
Luca Davico, un altro degli autori del Rapporto, ha sottolineato che la tendenza dura da molti anni e che molti dei parametri analizzati fanno riferimento a dati piuttosto vecchi dunque “sarebbe quantomeno stravagante immaginare che questo sia un bilancio della nuova amministrazione, in carica da poco”. Tuttavia, gli elementi di criticità non mancano, e una sorta di appunto ai 5 stelle sembra leggersi fra le righe anche nello stesso titolo del Rapporto Rota 2017: “Recuperare la rotta”.

LE CRITICHE DELLE IMPRESE

Sotto accusa è finita la visione prospettica della città dei grillini. Giorgio Marsiaj, presidente dell’Amma, associazione di categoria dei metalmeccanici, ha preso di mira, indirettamente, il vicesindaco Montanari, considerato un promotore della decrescita. “La crescita è un obbligo, perché di lì passa il rilancio dell’occupazione” ha detto. Anche Camillo Venesio, amministratore delegato della Banca del Piemonte, non ha lesinato critiche. “Ci siamo anestetizzati da una retorica autocelebrativa: le code dei turisti ai musei, il Politecnico, la movida, la Juventus… Ma i punti di debolezza della città sono importanti”. Venesio ha sottolineato l’importanza di non bloccare la realizzazione di infrastrutture urbane e soprattutto il Tav, che invece i grillini osteggiano. “È sbagliato essere contro gli investimenti infrastrutturali destinati a facilitare i commerci” ha detto, strappando su quest’ultimo punto l’applauso di una platea non certo distante dagli interessi imprenditoriali. “Vorrebbe dire accettare il declino e la povertà incombente”. All’appello, peraltro, si è aggiunto Piero Gastaldo, segretario generale della Compagnia di San Paolo che si è dichiarato “ferocemente pro Tav”.

L’INTERVENTO DI MONTANARI

Il ruolo dell’avvocato difensore della Torino grillina l’ha svolto Montanari. Il quale ha ripetutamente stigmatizzato “i giornali che criticano senza citare i dati”. D’altro canto, non ha nascosto che Torino ha molti problemi. Riprendendo l’immagine della nave, che filtrava dal titolo del Rapporto Rota, ha sottolineato che “per anni ci hanno raccontato che eravamo barca che andava benissimo. Purtroppo la barca ha qualche falla, il mare è agitato e il vento non è in poppa”. Fuor di metafora, Montanari ha chiarito che “Torino deve crescere, ma alla parola crescita io vorrei aggiungere un aggettivo: sostenibile. Quindi attenzioni a problemi sociali, diritti dei lavoratori, ambiente”. Rispetto agli investimenti strutturali, Montanari ha sottolineato che “sono fondamentali, ma vanno fatti sui numeri e, purtroppo, su alcune vicende infrastrutturali di ampia portata, questi numeri non sono stati chiariti e non tengono conto delle previsioni reali e degli sviluppi dell’economia”. Parole che non possono non suonare come un altolà al Tav.
“Qualcuno ha detto che vogliamo una città più piccola- ha proseguito il vicesindaco – Non è così, ma partiamo da consapevolezza che Torino è più piccola rispetto a quando è stato approvato il piano regolatore, nel 1995. Io sono per una città più grande, ma che non dovrà per forza inzeppare la gente nelle case e occupare quel poco di verde che ci resta”. Quindi serve “un piano regolatore più leggero e flessibile” e, sul fronte degli investimenti, un “piano di manutenzione degli edifici pubblici” (gia avviato, ndr). Per quanto riguarda il confronto con le vecchie amministrazioni a guida centrosinistra (a proposito, in platea sedeva Valentino Castellani, primo cittadino negli anni ’90), Montanari ha detto che “in poco più di un anno abbiamo avviato la trasformazione di 1 milione e mezzo di metri quadri su 4 milioni presenti nel piano regolatore:come si fa a dirci che siamo fermi? In termini di tempi siamo stati cinque volte più veloci delle amministrazioni precedenti”.

QUARANT’ANNI DI CRISI

Al di là delle polemiche, è stato evidente dall’esposizione del Rapporto Rota, che i guai di Torino non li ha causati Chiara Appendino. Basti pensare che a Palazzo di Città dal 1971 hanno sfilato 13 sindaci e lo stato della deprivazione sociale (bassa istruzione, disoccupazione, presenza di case affollate) è rimasto pressoché invariato nei vari quadranti della città. Ma la domanda a questo punto diventa: posto che Appendino i problemi non li ha causati, sarà in grado di risolverli?

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