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Dopo un’estate di fuoco fra editoriali al vetriolo, decapitazioni di statue, manifestazioni e contro-manifestazioni, oggi l’America (o almeno una parte) è pronta, come tutti gli anni, a celebrare il Columbus Day. Abbiamo chiesto a Paolo Catalfamo (a destra nella foto), membro del consiglio direttivo della National Italian American Foundation (Niaf), fondazione che ha lo scopo di rappresentare quasi 20 milioni di italoamericani, lo stato dei rapporti fra la comunità italoamericana e il presidente Donald Trump. Ecco la sua conversazione con Formiche.net:

Professor Catalfamo, cosa significa per gli americani il Columbus day?

Il Columbus day è una grande celebrazione degli italiani d’America, indipendentemente dal personaggio storico da cui prende il nome. Gran parte degli immigrati italoamericani è arrivata a New York e si è fermata sulla costa est fra New York, Boston e Philadelphia. La parata di New York è sempre stata il riconoscimento da parte della capitale americana del business di quel che hanno fatto gli italoamericani.

Da quanti anni vanno avanti le polemiche contro il navigatore genovese?

Questi purtroppo sono i primi anni. Le polemiche sono iniziate con un movimento di messa in discussione dei simboli del colonialismo e della guerra di secessione. Per la comunità italiana è molto grave aver messo in discussione il Columbus Day perché è diventato il giorno di riconoscimento del contributo degli italiani alla crescita degli Stati Uniti.

È un dibattito che affonda le radici nell’era Obama o nella presidenza Trump?

È iniziato con Obama, poi è stato sposato dal sindaco De Blasio perché la sua constituency è molto sensibile alle comunità afroamericane, d’altronde la stessa moglie è afroamericana. Ovviamente con il nuovo presidente è diventato un movimento di reazione, perché tutto quel che può dar fastidio a Trump viene alimentato provocatoriamente.

Come ha votato la comunità italoamericana alle presidenziali?

Tradizionalmente la comunità italoamericana non vota univocamente, non è mai stata una constituency di particolare interesse per i politici proprio perché ha sempre votato abbastanza equamente democratico e repubblicano. All’interno della Niaf, che è la comunità che frequento di più e che da sempre è considerata come l’élite degli italoamericani, c’è una netta prevalenza repubblicana.

Su temi scottanti come l’Obamacare o il Daca sui giovani immigrati, fra gli italoamericani rappresentati dalla Niaf è più forte la linea repubblicana pro-Trump o quella avversa?

Prevale una linea repubblicana moderata. C’è in generale una richiesta di miglioramento dell’Obamacare, che deve essere riformato perché non ha dato risultati grandiosi, senza però dover arrivare agli eccessi di cui parla Trump. Lo stesso vale per l’immigrazione: c’è richiesta di maggiore controllo e legalità, ma non ho mai sentito nessuno all’interno della Niaf prendere posizioni così nette sull’argomento. L’abolizione del Daca sicuramente colpisce gli italiani di prima generazione, che non sono tantissimi, ma riguarda soprattutto gli immigrati latinoamericani.

Come si muoveranno gli italoamericani alle elezioni di novembre a New York dopo che il sindaco Bill De Blasio ha messo Colombo nel mirino della commissione d’inchiesta?

Questa vicenda è stata vissuta malissimo dagli italoamericani, anche dai democratici. Il senso di italianità di tutti gli italoamericani prevale: si sentono prima di tutto americani, e subito dopo italiani. Tutto quel che va contro il loro rispetto è vissuto con estremo fastidio, per questo alle prossime elezioni De Blasio perderà molti consensi all’interno della comunità.

Come si spiega allora il passo falso del sindaco?

Probabilmente questa sua mossa c’entra anche con le prossime primarie dei democratici. Quanto alle elezioni di novembre, c’è da dire che da parte dei newyorkesi c’è una delusione generale sull’amministrazione della città. Mentre con il sindaco Bloomberg, che è sempre stato considerato un grande amministratore, c’era un consenso unanime sia dei repubblicani che dei democratici, su De Blasio rimane una posizione negativa da parte di entrambi.

Di recente un articolo del New Yorker, che accusa gli italiani di tenere in vita monumenti di epoca fascista come il Colosseo quadrato dell’Eur, ha infiammato il dibattito in Italia. Che ne pensa?

Credo siano polemiche legate al malessere dei media americani sotto l’amministrazione Trump. Tutto viene ricondotto alla necessità di distruggere quelli che sono i simboli di un potere troppo accentrato, e a uno stile di governo un po’ troppo autoritario. Mi sembra una polemica strumentale, gli italoamericani amano visitare Roma. L’EUR è un quartiere poco conosciuto, ma quando lo vedono sono entusiasti, non ho mai avuto sentore di disagio da parte di nessuno di loro.

In che rapporti sono la comunità italoamericana e il presidente Trump?

Trump è sempre stato attento non solo agli italoamericani, ma anche all’Italia, che considera uno dei migliori alleati. Detto questo, la posizione di gran parte della comunità italoamericana non è di entusiasmo, c’è grande confusione, anche all’interno dello schieramento dei repubblicani. C’è sgomento soprattutto per una gestione poco standard delle procedure presidenziali.

Trump ha nominato qualche italoamericano in posizioni di rilievo? Mi viene in mente l’ex direttore della comunicazione Anthony Scaramucci, che però è stato silurato dopo dieci giorni…

Scaramucci non ha avuto molta fortuna (ride, ndr). Il nostro vice-direttore Vincent Viola è stato nominato sottosegretario alla Difesa, ma ha dovuto rinunciare per problemi personali e anche per il mancato supporto di alcuni membri dell’amministrazione. In generale, al di là di Mike Pompeo a capo della CIA, non sono stati dati posti di rilievo agli italoamericani. Nell’amministrazione Clinton invece ce n’erano moltissimi: Jim Messina e il capo dello staff Leon Panetta, per fare due esempi.

E invece come procede il business delle aziende italiane negli Usa con Trump alla Casa Bianca?

Secondo me ancora è presto per rispondere. C’è una grande aspettativa da parte delle imprese italiane, soprattutto nel settore della progettazione e costruzione, perché Trump ha annunciato grandi lavori pubblici, specie su infrastrutture e trasporti, e ci si aspetta che nelle gare entrino aziende italiane. Non è ben chiaro però quanto accesso avranno le aziende straniere alla parte esecutiva dei lavori. C’è grande attesa, ma ancora non si è mosso molto.

Quali sono le punte di diamante del made in Italy negli Stati Uniti?

Siamo sempre molto forti sulla meccanica e sulla tecnologia, di cui siamo grandi esportatori. C’è poi il mondo dell’alta moda, dove l’America continua ad essere il primo mercato per molte aziende italiane, e lo stesso si può dire per l’industria nautica. C’è poi ovviamente la parte automobilistica, con FCA in testa. Devo dire che, eccetto le aspettative sulle grandi costruzioni, in questi mesi il business italiano è andato avanti senza grandi scossoni. Certo, per aziende strategiche come Finmeccanica, che sono più legate ai cambiamenti degli schieramenti politici, sarà necessario cambiare strategia con la nuova amministrazione.

Tutti gli errori del sindaco Bill De Blasio su Colombo. Parla Catalfamo (Niaf)

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