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Giovedì Re Salman, il sovrano regnante saudita, è stato ospite del presidente russo Vladimir Putin. L’atmosfera che ha accompagnato la visita è stata austera e trionfale, le foto dal Cremlino danno il taglio dell’importanza dell’incontro: la rottura di una rivalità che durava da anni (è la prima volta che un regnante saudita va in visita ufficiale a Mosca, “groundbreaking” scrive l’Associated Press) per un possibile nuovo assetto in Medio Oriente, una regione cruciale che proietta i suoi interessi a livello globale.

FONDAMENTA FRAGILI

“Le relazioni tra Russia e Arabia Saudita nascono su fondamenta davvero fragili” spiega a Formiche.net Cinzia Bianco, analista specializzata in Medio Oriente della Nato Defence College Foundation: “Su tutto – continua – pesa ancora il periodo della Guerra Fredda, in cui i sauditi hanno iniziato l’alleanza con gli Stati Uniti e Washington l’ha utilizzata come bastione anti-Russia. Per fare un esempio concreto, lo stesso re Salman da giovane era a capo di uno di quei movimenti che raccoglieva fondi da passare ai mujaheddin afghani per combattere contro i sovietici”. E dunque, cosa sta succedendo adesso? “Il declino relativo dell’influenza americana in Medio Oriente ha lasciato spazio alla Russia, e questo lo sa sia Mosca che Riad”. Russia e Arabia Saudita si trovano in disallineamento su diversi tavoli, per esempio quello siriano: Riad ha dato da sempre sostegno alle forze ribelli, Mosca è intervenuta militarmente al fianco del regime, e lo ha fatto insieme all’Iran, nemico esistenziale saudita. Ma probabilmente è proprio questo genere di presenza in Medio Oriente che per il Regno fa rendere necessario un contatto con i russi? “Riad cerca questo genere di contatti perché riconosce il ruolo russo, è diventato necessario parlare con la Russia, perché il Medio Oriente è diventato multipolare”. Con un occhio all’Iran? “Certo, i sauditi cercano un feeling con i russi anche per tenerli lontani da Teheran, anche se le relazioni tra Russia e Iran sono ben più radicate”. Ma dobbiamo valutare tutto con cautela: stiamo ancora all’inizio, commenta l’analista.

I SOLDI SAUDITI COME VETTORE

Il vettore che facilita queste relazioni è l’economia: l’assertività russa si sposa con la volontà di diversificazione saudita (è un piano a lunga strategia che va sotto il nome di Vision 2030 ed è stato studiato dal futuro sovrano, Mohammed bin Salman). Già dal luglio del 2015 il Public Investment Fund (PIF) ha piazzato 10 miliardi di dollari in investimenti in Russia (infrastrutture, vendita al dettaglio, agricoltura). Movimenti che si sono resi più chiari al Saudi-Russia Investment Forum del novembre 2015, realizzato sotto il patronato della Saudi Arabian General Investment Authority (SAGIA). L’anno successivo, un altro genere di contatto di primissimo piano ha segnato le relazioni tra i due paesi: spinti entrambi dal calo del prezzo del petrolio (motivo della necessità di diversificazione saudita, e stampella su cui entrambi i bilanci statali s’aggrappano), nel 2016 Riad e Mosca hanno a lungo lavorato per trovare la quadra raggiunta su obiettivi di produzione concordati. Un fatto unico che l’Opec abbia aperto alla compartecipazione sulla decisione alla Russia, paese fuori dal circolo a guida, informale, saudita: “È un accordo da rinnovare, fondamentale per Mosca” dice Bianco.

IL MERCATO DELLE ARMI

Altro tema interessante quello degli armamenti, declinazione strategica degli affari economici tanto quanto le volontà saudite di investire negli asset energetici russi. Da tempo si parla della possibilità che Riad si rifornisca con armi russe, in particolare con gli S-400, i più tecnologici sistemi di difesa aerea a disposizione dell’arsenale di Mosca. È, insieme a tutto il resto, un messaggio diretto agli Stati Uniti, che hanno nei sauditi i principali clienti del mercato armamenti ed hanno chiuso, durante la sfarzosa visita del presidente Donald Trump a maggio, affari per 100 miliardi di dollari (gli accordi con i sauditi complicano anche l’applicazione de facto del regime sanzionatori che Washington e Bruxelles hanno imposto su Mosca per via dell’invasione della Crimea e per l’interferenza alle presidenziale americane). Attenzione, però, nella vendita degli S-400 Riad vuole inserire una clausola fondamentale: una parte della tecnologia della catena produttiva dei Kalashnikov sarà trasferito in Arabia Saudita su licenza russa, spiega Bianco. E questo è un passo in più che il regno fa verso la strutturazione di una propria, indipendente, industria di armamenti (è un obiettivo che rientra nella Vision 2030).

IL GRANDE TAVOLO SIRIANO

“Di base – aggiunge Bianco – i sauditi sono andati in Russia per offrire il loro, solito sostegno economico e finanziario, ma non dimentichiamo che si è parlato anche di Siria”. Putin si è impelagato in un affare complicato al fianco di Damasco, e adesso sta cercando il modo di tirare fuori la Russia dalla Siria, che è diventata una guerra costosa ed è un peso che comincia a essere difficile da sostenere anche tra l’opinione pubblica (in un sondaggio il 49 per cento dei russi dice che l’intervento in Siria deve concludersi). Mosca sa che per trovare una via d’uscita occorre accelerare perché non può lasciare il paese ancora infestato dai baghdadisti (a questo si lega la spinta per la campagna contro l’IS a Deir Ezzor di queste settimane), ma anche trovare un accordo con le fazioni ribelli e con chi le sostiene. La questione ruota intorno alle aree di de-escalation, spiega Bianco, frutto di un accordo di pochi mesi fa, su cui i sauditi non sono del tutto restii a ragionare.

Perché le relazioni tra Russia e Arabia Saudita nascono su basi fragili

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