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L’accordo di cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e gli Houthi yemeniti rappresenta una svolta tattica nelle dinamiche regionali, ma lascia aperte tensioni irrisolte, in particolare con Israele. L’intesa America First è di quelle che Donald Trump vanta di saper mediare a interesse diretto degli Stati Uniti, che per mesi si sono accollati la gran parte del peso dell’impegno militare volto a ricostruire stabilità e sicurezza lungo le rotte indo-mediterranee del Mar Rosso, destabilizzate dai ribelli yemeniti.

Formalizzata dopo settimane di bombardamenti contro le postazioni Houthi — accostati all’operazione difensiva sui navigli dell’Ue — l’intesa trumpiana ha congelato le operazioni militari statunitensi nella regione ottenendo come contropartita lo stop degli attacchi dallo Yemen contro gli interessi Usa. Non è stata però ricostruita la deterrenza regionale, anche perché gli Houthi hanno dichiarato che continueranno a colpire Israele in solidarietà con Hamas. Secondo fonti israeliane, Gerusalemme è stata “blindsided”, colta di sorpresa, e non ha partecipato né è stata consultata nella fase negoziale americana.

Una posizione che riflette i limiti dell’accordo stesso, come spiega l’esperto del contesto yemenita Arhab Al-Sarhi: “È un’intesa fragile, che rischia di essere interpretata come un via libera per operazioni selettive, in particolare contro obiettivi israeliani”. Secondo Al-Sarhi, la tregua non segna una riduzione complessiva della tensione, ma piuttosto uno spostamento tattico: da attacchi alle navi americane verso bersagli ritenuti più “politicamente tollerabili”, cioè legati a Israele.

Il fronte israelo-houthi, infatti, resta caldo. Gli Houthi hanno rivendicato attacchi diretti contro lo Stato ebraico, legandoli esplicitamente all’offensiva in corso su Gaza. “La continuazione degli attacchi è direttamente collegata agli sviluppi della guerra nella Striscia. Ma una vera cessazione delle ostilità non è prevedibile senza un mutamento radicale del contesto regionale”, aggiunge Al-Sarhi.

La posizione statunitense sembra puntare a una de-escalation mirata, utile per contenere le tensioni nel Mar Rosso e rassicurare gli attori commerciali globali. Ma così facendo, rischia di lasciare Israele isolato in un confronto diretto con gli Houthi. L’esercito israeliano ha già risposto con operazioni mirate in Yemen, ma la mancanza di una cornice strategica condivisa con Washington acuisce la complessità della situazione. È di questo che avrebbero parlato il ministro degli Affari strategici israeliano, Rom Dermer, e il presidente Trump in un non-protocollare incontro alla Casa Bianca nei giorni scorsi.

Sul piano yemenita, Al-Sarhi individua tre possibili sviluppi: una de-escalation guidata da attori regionali come l’Arabia Saudita (sostenuta da una road map accolta con favore da Egitto e comunità internazionale), il prolungamento dello status quo con crisi umanitaria e paralisi politica, oppure una nuova escalation, qualora fallissero i tentativi diplomatici o si verificassero provocazioni su scala più ampia.

Gli interessi sauditi (ed emiratini) potrebbero essere quelli che hanno guidato la mossa trumpiana. Riad dal 2015 è impegnata nel complicatissimo contenimento degli Houthi. Aveva mobilitato una coalizione di volonterosi sunniti per proteggere il governo amico di Sanaa dagli attacchi dei ribelli, anche nell’ottica del confronto per procura con l’Iran. Ma i risultati sono stati limitati, e anche questo ha contribuito a modificare il clima regionale. Dal 2022 gli Houthi sono in tregua con i sauditi (mentre gli emiratini avevano già manifestato malumori per come andava la situazione); nel 2023 Riad e Teheran hanno riaperto le relazioni diplomatiche — e lo stesso hanno fatto gli Emirati. Tra gli spettri nel Golfo c’è il rinfocolarsi dello scontro con gli Houthi (e a lungo andare l’attività americana era rischiosa).

Nel lungo termine, resta sullo sfondo lo scenario più complesso ma necessario: una soluzione politica globale, che preveda disarmo delle milizie, reintegrazione istituzionale, condivisione del potere e garanzie internazionali. In sostanza, occorrerà decidere quali equilibri di potere ci saranno in Yemen. “Il futuro dello Yemen – conclude Al-Sarhi – dipende dalla volontà dei partiti locali e dalla serietà della comunità internazionale”.

L’accordo Trump-Houthi, quindi, appare come un passo parziale: è utile a contenere parte dell’escalation immediata — anche con Teheran, che tramite l’Oman avrebbe partecipato indirettamente all’intesa, visto l’ascendente che ha sugli Houthi e la riattivazione dei contatti diplomatici con gli Stati Uniti (prossimo incontro, il quarto nel giro di un mese, domenica a Muscat). Resta da vedere quanto questo porterà a qualcosa di più strutturale. Ma nella sostanza, Trump non poteva arrivare nel Golfo — la sua prima, cruciale missione internazionale che inizierà lunedì — in fase di guerra aperta contro gli Houthi. Su questo, la linea guerresca israeliana sembra complicare la situazione (e non solo a Gaza, ma in tutta la regione).

È in questo quadro che gli Stati Uniti stanno facendo pressione su Israele affinché raggiunga un accordo con Hamas prima della visita di Trump in Medio Oriente, mettendo in guardia dal rischio di un possibile isolamento se non si raggiungerà un accordo. L’inviato di Trump, Steve Witkoff, ha incontrato venerdì le famiglie degli ostaggi e ha criticato la leadership israeliana. “Il costo della mancata fine della guerra è stato pagato dagli ostaggi. In futuro, il prezzo sarà alto anche per Israele”. Secondo quanto riferito, Witkoff avrebbe chiesto che le sue critiche a Netanyahu venissero trapelate alla stampa. Contemporaneamente, in un altro forte messaggio, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, potrebbe cancellare il suo viaggio in Israele — deviazione della missione con cui Trump guiderà nella regione, senza passare, a questo punto per niente, dallo Stato ebraico.

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L’accordo tra Stati Uniti e Houthi, voluto da Trump, riduce la tensione nel Mar Rosso ma esclude Israele, lasciandolo un po’ più isolato in un conflitto che resta legato alla guerra a Gaza. Intanto, la fragile tregua americana non risolve le radici politiche del conflitto yemenita

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