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Dotard“, vecchio bacucco, è con questo termine shakespeariano che viene definito Donald Trump nella versione inglese del discorso di risposta di Kim Jong-un alle minacce che il presidente americano ha alzato contro Pyongyang durante il suo provocatorio intervento all’Assemblea delle Nazioni Unite. “È un gangster mentalmente squilibrato”, dice il dittatore nordcoreano nello statement diffuso dall’agenzia stampa statale Kcna: gli “risponderemo col fuoco”. Nota: questa esposizione diretta di Kim è di per sé singolare.

Poche ora prima il suo ministro degli Esteri – uno dei pochi notabili nordcoreani di cui si apprezzano un po’ le capacità diplomatiche – aveva detto, sempre all’Onu, che forse il Leader potrebbe dare ordine di far esplodere “in mezzo al Pacifico” una bomba atomica (versione H, a idrogeno, la più potente, come quella dell’ultimo test). È un “piccolo pazzo”, ha risposto via Twitter Trump, “sarà messo alla prova”.

Dice Kim: “Ora che Trump ha negato l’esistenza del mio paese e insultato me davanti agli occhi del mondo e ha detto con la dichiarazione di guerra più feroce della storia che avrebbe distrutto la Repubblica Popolare Democratica di Corea, considereremo con serietà di adottare il più alto livello di contromisure hard-line della storia. L’azione è l’opzione migliore nel trattare il dotard che, duro di orecchio, sta dicendo solo quello che vuole dire”. È probabilmente la bomba a idrogeno di cui ha parlato il capo della diplomazia nordcoreana a New York la contromisura a cui Kim si riferisce.

Il discorso di Kim, fa notare Giulia Pompili, esperta di Asia del Foglio, è pronunciato in prima persona, come “non era mai successo prima”, e questo fa pensare che la faccenda stia diventando anche una questione personale. Da un lato il dittatore che sfrutta la situazione per cercare di difendere il suo diritto ad armarsi e per mostrarsi forte agli occhi dei suoi cittadini (dove la propaganda è necessaria per mantenere il controllo sul consenso, date le problematiche condizioni di vita in Corea del Nord). Dall’altro Trump, alle prese anch’egli con la necessità di cercare un nemico su cui appendere la ricerca di consenso e pressato dalla voglia di essere colui che risolve la crisi nordcoreana – anche se il suo approccio violento è detestato da alcuni dell’inner circle.

È comunque logico presupporre che un atto così sfacciatamente provocatorio, e pericoloso, come una detonazione atomica nel Pacifico, potrebbe realmente far scattare la risposta armata americana. Axios, sito d’informazione politica americano, ha fatto un giro di consultazioni tra alcuni esperti per chiedere, molto apertamente, se c’è un modo per gli Stati Uniti di attuare un’opzione militare evitando una catastrofe (quella conseguente alla rappresaglia del Nord e alle successive fasi di guerra, che potrebbero coinvolgere milioni di civili e aprire scenari globali). La consultazione è precedente quell’ultimo giro retorico di poche righe fa, ma diventa ancora più interessante perché le dichiarazioni di Kim e Trump assumo via via toni ancora più aspri. Altra premessa: tutti concordano che in effetti ogni genere di azione militare non è esente da rischi.

Daniel Russel, diplomatico della Asia Society Policy Institute, dice che forse l’unico modo per non scatenare una rappresaglia di Kim davanti a un attacco è un “warning shot“, un colpo di avvertimento che deve equivalere “alla testa di cavallo nel letto”. Un’azione talmente tagliente che lasci Kim senza via di reazione, e pensa all’uso del DARPA, lo special liquid lasers sviluppato dalla difesa americana, un’arma talmente tecnologica che farebbe sentire Kim in una posizione (anche psicologica) di inferiorità.

Du Hyeogn Cha, anche lui fellow dell’Asia Society, sostiene la necessità tattica delle esercitazioni congiunte tra Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone. Potrebbero, dice, avere l’effetto di isolare il Nord e se si pubblicizzassero piani d’attacco anche nucleari contro Pyongyang potrebbero diventare un meccanismo di pressione. Questa via è quella finora calcata, che non ha portato troppi successi, per questo Cha non esclude che alla fine non sia necessario un “preemptive attack“, ma non sa indicare quale possa essere l’azione militare concreta più rapida e in grado di portarsi dietro meno rischi.

Jonathan Pollack del Brookings’ Center for East Asia Policy invece ne ha una: pensa che l’azione militare più soft sarebbe l’intercettazione di un missile. Gli americani potrebbero sparare contro, e abbattere, il prossimo vettore che Pyongyang testerà. A quel punto il messaggio sarebbe: fate quel che volete, tanto noi siamo più forti e vi fermiamo – il Pentagono ha già detto che qualsiasi missile lanciato verso la base americana di Guam, a sud della penisola coreana, sarà abbattuto dai sistemi di difesa aerea. Pollack però, sottolinea che sebbene questo sia il minore dei mali quanto a opzione militare, la Corea è il posto sbagliato dove cercare azioni a basso rischio.

Adam Mount del Center for American Progress sposta il discorso su un piano più politico: il modo con cui Trump flirta con l’opzione militare, dice, ha declassato l’obiettivo fondamentale delle forze armate, ossia fare deterrenza, dissuadere Pyongyang, assicurare gli alleati ed evitare instabilità. Ora è spalle al muro, con davanti una catastrofe potenziale.

trump

Che cosa dicono gli esperti sulle opzioni militari contro la Corea del Nord

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