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Di fronte alle crescenti tensioni geopolitiche e al progressivo disimpegno americano, l’Europa sta vivendo un momento di svolta epocale nella sua politica di difesa. L’annuncio di Ursula von der Leyen di un piano “ReArm Europe” da 800 miliardi di euro e la svolta della Germania di Friedrich Merz, che abbandona il rigore fiscale per investire nella difesa, segnano un cambio di paradigma nella concezione stessa della sicurezza europea.

Questa rivoluzione copernicana non nasce dal nulla, ma risponde a sollecitazioni concrete: la guerra in Ucraina, l’atteggiamento aggressivo della Russia e, soprattutto, le chiare indicazioni dell’amministrazione Donald Trump di voler ridimensionare l’impegno americano nel Vecchio Continente. In questo contesto, la domanda fondamentale non è più “se” riarmarsi, ma “come” farlo in modo efficace.

Il piano von der Leyen, è bene precisarlo, non consiste in fondi europei regalati ai Paesi membri, ma in un pacchetto articolato di misure: 150 miliardi in prestiti a disposizione degli Stati, la possibilità di attivare la clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità per spese di difesa che eccedano l’1% del PIL (potenzialmente liberando 650 miliardi), e l’uso flessibile dei fondi di coesione per progetti legati alla sicurezza. Questa architettura finanziaria punta a incentivare soprattutto gli acquisti congiunti, mirando a raggiungere almeno il 40% delle attrezzature militari comprate insieme entro il 2030.

Il rischio concreto è quello di limitarsi a una semplice moltiplicazione degli arsenali nazionali, senza costruire una vera autonomia strategica europea. Per evitarlo, è necessario che questi investimenti si concentrino su capacità comuni cruciali: un quartier generale operativo europeo permanente (capacità di comando e controllo), un centro di intelligence integrato (intelligence), una rete di comunicazioni strategiche sicure (IRIS2), e piattaforme di sorveglianza e riconoscimento condivise (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) . Servono anche mezzi di trasporto strategici europei (Strategic Airlift Capability) e capacità di attacco in profondità condivise (Deep Strike), che attualmente dipendono quasi interamente dagli Stati Uniti.

Per sviluppare queste capacità, l’UE dovrebbe incentivare la creazione di consorzi transnazionali tra le industrie della difesa, superando la frammentazione attuale che vede ogni paese proteggere i propri campioni nazionali. Il modello potrebbe essere quello di Airbus nel settore civile: un’aggregazione di competenze su scala continentale che consenta economie di scala e standardizzazione. La nuova Struttura per il Programma di Armamento Europeo (SEAP) va in questa direzione, permettendo agli Stati di emettere titoli di debito comuni per programmi di difesa e garantendo esenzioni fiscali per gli acquisti congiunti.

Due principi dovrebbero guidare questo processo: la progressività e l’indipendenza strategica. Progressività perché è irrealistico acquisire tutte queste capacità nel breve termine; indipendenza strategica perché ogni nuovo programma di difesa comune dovrebbe puntare a ridurre la dipendenza dalle capacità americane

In questa prospettiva, si potrebbero immaginare tre fasi: nel breve termine, un rafforzamento del pilastro europeo all’interno della NATO; nel medio termine, lo sviluppo di capacità complementari ma autonome; nel lungo termine, la creazione di una vera forza di difesa europea con una propria catena di comando.

Cruciale sarà anche ripensare la governance della difesa europea, attraverso un Commissario con reali poteri decisionali e un Consiglio europeo della Difesa permanente. Senza una leadership politica chiara, anche gli investimenti più massicci rischiano di disperdersi in rivoli nazionali inefficaci. Il summit europeo di oggi potrebbe segnare l’inizio di questo percorso, ma sarà cruciale che i leader europei guardino oltre le cifre di spesa, concentrandosi sulla costruzione di una governance comune della difesa. Solo con una visione strategica condivisa gli 800 miliardi annunciati potranno trasformarsi in una vera autonomia europea, capace di affrontare le sfide di sicurezza di un mondo multipolare in rapida evoluzione.

farmaceutica

Come riarmarsi in modo efficace. I consigli del gen. Caruso

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Il piano ReArm Europe rappresenta una svolta epocale nelle politiche di difesa dell’Unione Europea, con 800 miliardi di euro destinati a rafforzare le capacità militari del continente. La vera sfida non è semplicemente spendere di più, ma costruire capacità comuni europee in settori strategici come comando e controllo, intelligence e trasporto strategico, attualmente dipendenti dagli Stati Uniti. Solo con una governance comune della difesa e una visione strategica condivisa questi investimenti potranno trasformarsi in una vera autonomia europea. L’analisi del generale Ivan Caruso, consigliere militare della Sioi

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