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Dopo il teso confronto tra il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e l’omologo statunitense, Donald Trump, nello Studio Ovale — a cui Kyiv sta cercando di riparare — l’Unione europea si prepara a un vertice straordinario domani, giovedì 6 marzo, per discutere del sostegno all’Ucraina e della difesa comune (e dell’autonomia strategica).

Marie Dumoulin, direttrice del programma Wider Europe dell’Ecfr, sottolinea che gli europei si trovano di fronte a una situazione senza precedenti, in cui potrebbero dover garantire la propria sicurezza, inclusa la possibilità di fornire garanzie di sicurezza all’Ucraina, non solo con un ruolo ridotto degli Stati Uniti “ma potenzialmente nonostante gli Stati Uniti”.

“Gli europei – spiega l’esperta del think tank paneuropeo in commenti ricevuti da Formiche.net – condividono con gli Stati Uniti l’ambizione di raggiungere un cessate il fuoco e, idealmente, una pace sostenibile”. Ma divergono sui modi per raggiungere questo obiettivo: “Mentre l’amministrazione statunitense sembra desiderosa di concludere un accordo ad ogni costo, gli europei sanno dalla loro esperienza con questo conflitto tra il 2014 e il 2022 che una tregua sostenibile dovrà essere affiancata da serie garanzie di sicurezza per l’Ucraina, per deterrere la Russia dall’attaccare di nuovo”.

Dumoulin avverte che indebolire la posizione di Zelenskyy e sottolineare che “non ha carte” — come fatto da Trump — potrebbe non essere il modo migliore per costruire una relazione equilibrata con la Russia. Piuttosto, “gli europei dovrebbero chiarire che loro, insieme all’Ucraina, hanno carte forti da giocare in un futuro negoziato”.

Camille Grand, Distinguished Policy Fellow anch’egli all’Ecfr dopo un passato alto dirigente della Nato, spiega che le garanzie di sicurezza sono diventate la chiave della negoziazione: in assenza di tali garanzie, l’Ucraina sarà estremamente riluttante a sottoscrivere qualsiasi “accordo di pace”. E in quanto probabili principali fornitori di tali garanzie, gli europei hanno riconquistato una certa influenza nel processo.

Per Grand, le garanzie di sicurezza non avvengono nel vuoto. I Paesi pronti a fornire tali assicurazioni — inclusa l’eventuale presenza di boots on the ground —  possono legittimamente aspettarsi di definire il miglior modello per tali garanzie (formato delle forze terrestri, potenza aerea e disposizioni di comando e controllo) per costruire il perimetro di una “pace” che dovrebbe essere giusta e sostenibile in un ambiente che contribuiscono a modellare.

“Possono anche aspettarsi di beneficiare delle assicurazioni degli alleati che non sono direttamente coinvolti se la Russia di Vladimir Putin decide di testare le garanzie o minacciare coloro che le forniscono. Inoltre, e nell’ambito dei colloqui di pace, la Russia può essere informata, ma non dovrebbe essere concesso un veto sulla forma e sulla natura delle garanzie concesse e sulla loro attuazione pratica”.

Grand osserva che si sta giustamente passando dal termine fuorviante di “peacekeepers” all’idea di una solida forza di rassicurazione supportata dalla potenza aerea operante accanto a un esercito ucraino senza vincoli, dissuadendo congiuntamente una ripresa del conflitto. Il problema a proposito di questo genere di proposte riguarda però il consenso che esse raccolgono tra le collettività europee.

Dal punto di vista tecnico invece un meccanismo di supporto della Nato o degli Stati Uniti può certamente aggiungere credibilità ed effetto deterrente alla forza. Ma il tema resta per ora politico. In questo contesto il vertice del 6 marzo rappresenta un’opportunità cruciale per l’Unione europea di riaffermare il proprio ruolo nel garantire la sicurezza dell’Ucraina e nel definire una strategia di difesa comune, soprattutto alla luce delle recenti tensioni transatlantiche.

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