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Gli Stati Uniti hanno fallito nel tentativo di trovare una mediazione tra il governo iracheno e l’amministrazione della regione indipendente del Kurdistan (Krg) sulla gestione di Kirkuk. Ne scrive l’informatissimo giornalista di Bloomberg Eli Lake, che racconta gli sforzi di Washington per evitare lo showdown militare partito da Baghdad questa settimana con l’obiettivo (riuscito) di strappare l’area petrolifera dal controllo curdo in cui era entrata dopo che i combattenti della minoranza etnica l‘avevano tolta dalle grinfie del Califfo due anni fa.

Sfruttando come motivazione la presunta presenza di miliziani del Pkk turco (l’ala armata del partito dei lavoratori curdi di Turchia, considerati un gruppo terroristico) rifugiati tra i cugini iracheni, Baghdad cinque giorni fa ha lanciato l’offensiva su Kirkuk, riconquistandola nel giro di 24 ore. L’azione era prevista, soprattutto dopo il referendum indipendentista del 25 settembre. I Peshmerga, i soldati del Krg, si sono visti davanti l’esercito regolare e le milizie sciite filo-iraniane, gli sparring partner nevralgici di Baghdad. L’Iran ha avuto un peso sulla mossa decisa dal premier Haider al Abadi: Teheran vive internamente la presenza di una minoranza curda, non tanto facinorosa come quella irachena o siriana, ma comunque elemento destabilizzante non amato dagli ayatollah. La Repubblica islamica (come pure la Turchia) vuole bloccare le ambizioni curde anche negli stati vicini per evitare che diventino un precedente scomodo per quelle di casa propria.

Kirkuk non è una città completamente curda, la popolazione è multietnica, c’è un governatore curdo che guida una squadra amministrativa di arabi, ma i curdi se la sentono propria anche per ragioni d’interesse (il petrolio). Quando nel giro di poche settimane, all’inizio dell’estate del 2014, lo Stato Islamico prese Mosul, i peshmerga curdi si erano trovati costretti all’intervento (i baghdadisti si stavano avvicinando troppo): dovevano scegliere se dirigersi a nord (Mosul) o a sud (Kirkuk). Scelsero di scendere verso la città dove la propria etnia era comunque più rappresentata – i curdi a Mosul sono un 20%, contro il 65-70 di Kirkuk -, e presero in contropiede l’Isis, e pure americani e iracheni. Le armate dell’esercito centrale di Baghdad si dissolsero in entrambe le città, lasciando un vuoto di potere, dove da una parte il Califfato e dall’altro i crudi, si sono infilati senza troppi combattimenti ─ le forze occidentali, ancora, ai tempi, non erano troppo organizzate.

La riconquista irachena di questi giorni ha sfruttato anche le divisioni interne tra i partiti curdi (che controllavano Kirkuk a macchie di leopardo): alcuni avevano trovato accordo con Baghdad, altri no e hanno avuto scontri, lievi, con l’esercito centrale. Una situazione pessima per Washington, che a Baghdad ed Erbil ha due partnership forti e durature. Un imbarazzo che aveva portato sia la Casa Bianca che il Pentagono a fare un passo indietro e schierarsi su una posizione di disimpegno, salvo il pezzo di Bloomberg. Gli americani volevano lasciare un’importante base cittadina in mano ai Peshmerga, (ri)dando però l’amministrazione pubblica in mano al governo centrale. Per gli Stati Uniti questo avrebbe permesso di salvare la faccia ad Abadi, evitando le immagini forti dello sgombero forzato (ci sono state anche quelle). Ma il premier ha detto no, e seguito la linea (Iran-backed) dello scacco armato. E così, scrive Lake, “i curdi hanno perso la loro Gerusalemme”.

La vicenda di Kirkuk è interessante per il futuro degli equilibri interni in Iraq. Caduto lo Stato islamico, nel paese si allungano gli interessi degli attori regionali e l’Iran sta facendo di tutto per giocare maggiore influenza. Un confronto ampio, che coinvolge anche gli americani ovviamente (vedere la nuova strategia di contenimento di Teheran presentata pochi giorni fa dalla Casa Bianca) e gli alleati regionali. L’unico paese che ha apertamente sostenuto le mire indipendentiste  curde col referendum è stato Israele, nemico esistenziale iraniano; l’Iran ha avuto un peso sulla spallata di Baghdad contro i curdi di Kirkuk.

Washington non è riuscita a mediare il futuro di Kirkuk (e Baghdad ha preso la linea-Teheran)

Gli Stati Uniti hanno fallito nel tentativo di trovare una mediazione tra il governo iracheno e l’amministrazione della regione indipendente del Kurdistan (Krg) sulla gestione di Kirkuk. Ne scrive l’informatissimo giornalista di Bloomberg Eli Lake, che racconta gli sforzi di Washington per evitare lo showdown militare partito da Baghdad questa settimana con l'obiettivo (riuscito) di strappare l’area petrolifera dal controllo curdo…

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