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Europa, dal disarmo alla difesa comune. La sveglia l’hanno suonata la minaccia incombente dell’ancestrale imperialismo militare russo, che Putin ha trasformato in una macchina da guerra, ed il progressivo disimpegno strategico degli Stati Uniti, che con Trump è precipitato a tal punto da assumere l’aspetto di un aspro divorzio per colpa dell’Europa.

Tralasciando l’acceso dibattito politico che al Parlamento europeo ha rischiato di incartare le forze politiche sull’accezione onnicomprensiva del termine riarmo, utilizzata anche come sedicente alibi pacifista, i venti di guerra che soffiano dall’Ucraina hanno fatto toccare con mano che la totale assenza di capacità difensiva dell’Unione Europea rappresentava di per sé un grave rischio. Prospetta infatti alla Russia l’irripetibile occasione di invadere il vecchio continente praticamente senza incontrare resistenza.

Da sempre cuore culturale e civile del mondo, l’Europa ha percepito la svolta della difesa comune come un istinto di sopravvivenza e l’ha articolata inizialmente attraverso il rafforzamento militare dei singoli Paesi, ai quali seguirà il necessario coordinamento operativo. Una sorta di concreta immagine riflessa di una Nato alla quale l’amministrazione Trump sembra voler sottrarre il decisivo baricentro di deterrenza e di potenzialità strategica degli Stati Uniti.

La difesa comune europea non nasce tuttavia dal nulla, ma ha già le solide basi delle importazioni europee di armi cresciute del 155% negli ultimi quattro anni, in considerazione appunto della crescente minaccia russa, evidenziata dalla fallita invasione dell’Ucraina del 2022. “I dati sui trasferimenti di armi riflettono chiaramente il riarmo in atto tra gli Stati europei in risposta all’aggressività di Mosca”, ha detto Matthew George, direttore dello specifico programma Sipri, l’istituto indipendente per le ricerche su conflitti, controllo delle armi e disarmo.

Le instabilità geopolitiche faranno crescere ancora il mercato globale della difesa, ma i tumultuosi cambiamenti degli ultimi mesi stanno rivoluzionando soprattutto l’import-export militare. Gli investimenti per la difesa comune europea prospettano già un protagonismo operativo dell’Italia che col gruppo industriale internazionale statale Leonardo sviluppa da decenni capacità tecnologiche all’avanguardia in ambito aerospaziale, aeronavale e della cyber sicurezza.

Nell’ambito dello sviluppo dei programmi italiani, la difesa comune europea e l’indipendenza strategica stanno spingendo governi e industrie a esplorare nuove applicazioni dell’energia nucleare. “Tecnologia che renderebbe uniche le navi militari italiane, garantendo loro una maggiore autonomia operativa e riducendo la dipendenza della Marina dai carburanti fossili”, ha affermato Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri. Secondo Folgiero: “Il nucleare navale rappresenta un percorso parallelo al nucleare a terra. Con piccoli reattori consente di essere utilizzato non solo su sommergibili e portaerei, ma anche sulle navi come incrociatori o, addirittura, le fregate”.

Progetti e piani di sviluppo che hanno fatto da sfondo a Parigi, al summit dei ministri della Difesa di Italia, Francia, Germania, Polonia e Regno Unito che, oltre all’intensificazione del sostegno all’Ucraina, hanno concordato una linea comune per il rafforzamento della cooperazione in tema di difesa ed in particolare sull’approfondimento del coordinamento in materia di sicurezza e armamenti. Per l’Italia ha partecipato al vertice parigino il Ministro della Difesa, Guido Crosetto. L’obiettivo è quello di garantire l’automatismo del coordinamento tra i Paesi dell’Unione, con l’intento di rafforzare la capacità di risposta alle sfide di sicurezza. In attesa dell’avvio e del completamento delle infrastrutture e delle forze operative strategiche, l’embrione di difesa comune europea è già in atto.

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