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Secondo il politologo olandese Cas Mudde, il populismo è “a thin-centered ideology that considers society to be ultimately separated into two homogenous and antagonistic groups, ‘the pure people’ versus ‘the corrupt elite,’ and which argues that politics should be an expression of the volonté générale (general will) of the people” (Mudde 2004, 543).

In soldoni, esiste una contrapposizione tra una elité cattiva e corrotta e un popolo puro e dunque buono. C’è una sorta di eroismo in questa concezione del “popolo”, che si contrappone alla malvagità. Questa definizione è perfetta perché si applica alla destra come alla sinistra senza problemi, e pure al centro.

Ecco, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è un ottimo esempio di populismo classico. L’avanzata del popolo puro che si fa classe dirigente e che cerca, da dentro ora, di ribaltare la situazione e abbattere un sistema, considerato cattivo e corrotto. Così si attacca il finanziamento pubblico, visto come un atto vergognoso, e si contestano stipendi ai deputati o senatori, deputate o senatrici, consiglieri ed altro, i vitalizi. Già, i vitalizi. E nel furore di fare a gara a chi è più puro, più anti-casta e più antipolitico, si perde di vista il senso che tutto questo ha.

La democrazia costa. Le risorse servono per garantire che la macchina funzioni. I partiti hanno bisogno del sostegno pubblico, e pure di quello privato, come accade in Germania. Altrimenti accade quel che già sappiamo, poiché non si tratta di andare avanti, ma indietro. Si tornerebbe alla situazione per cui a far politica sono quelli che hanno le risorse economiche e non economiche per farlo. Una politica che farà gli interessi dei pochi, sempre più pochi.

Che un partito che mira alla distruzione del sistema voglia perseguire questo scopo è pacifico. Ma che un grande partito di governo, di centro sinistra, si renda complice di questa bruttura no. Non va bene. Si tratta di una sconfitta culturale: hanno inseguito l’antipolitica, convinti che portasse qualche cosa, in termini di consenso. E così, però, non è stato. Mentre hanno contribuito ad impoverire la qualità complessiva della Politica, con una classe dirigente selezionata sempre più sulla base della necessità (mandiamo il deputato o la deputata X in Direzione Nazionale, perché così non dobbiamo fare i rimborsi, candidiamo y invece di z perché così si paga la campagna da sé…) e sempre meno sulla qualità. Una direzione che porta verso il nulla.

La democrazia ha dei costi. Limitare gli abusi? Sì, colpendo i colpevoli, ma non tutti, generalizzando. Punendo severamente chi si macchia di questo crimine, estromettendolo se serve, a vita dall’attività partitica e politica. Ma guardando al caso specifico, non buttando il bambino con l’acqua sporca, come si suol dire.

So che la cosa è mal vista, ma a maggior ragione va detta. Perché questa genuflessione culturale e ideologica fa male alla democrazia, prima di tutto.

Il finanziamento pubblico? Era una cosa giusta

Secondo il politologo olandese Cas Mudde, il populismo è "a thin-centered ideology that considers society to be ultimately separated into two homogenous and antagonistic groups, ‘the pure people’ versus ‘the corrupt elite,’ and which argues that politics should be an expression of the volonté générale (general will) of the people” (Mudde 2004, 543). In soldoni, esiste una contrapposizione tra una…

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