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Domenica Hamas, il gruppo che Stati Uniti e Unione Europea considerano un’organizzazione terroristica e che controlla la Striscia di Gaza, ha annunciato unilateralmente di aver avviato la strada per la riconciliazione con Fatah, altro gruppo (teoricamente) ex-combattente che guida l’Autorità Palestinese (AP) del presidente Mahmmoud Abbas. Hamas accetterebbe le richieste di Abbas per tenere elezioni nazionali sia sulla Striscia che in Cisgiordania. Ma alcuni analisti, come Grant Rumley della Foundation for Defense of Democracy (autore del libro fresco d’uscita “The Last Palestinian“, sull’ascesa politica di Abbas), ritengono che si possa trattare di “un’altra mossa di un gioco di scacchi di cui da dieci anni i palestinesi pagano quotidianamente il prezzo”.

L’AVVICINAMENTO

I funzionari di Hamas hanno parlato dal Cairo e dichiarato di “rispondere ai generosi sforzi egiziani che riflettono il desiderio egiziano di porre fine alla divisione e di raggiungere la riconciliazione, e sono basati sul nostro desiderio di trovare l’unità nazionale”. Le due entità palestinesi sono formalmente divise dal 2007, anno in cui le forze di Abbas sono state cacciate dalla Striscia, su cui Hamas detiene il controllo militare, e una fitta serie di tentativi di riconciliazione sono via via falliti: la Mecca 2007, Sana’a 2008, Cairo 2011, Doha nel 2012, il Cairo ancora nel 2012 e infine il campo profughi Shati nel 2014, sono stati teatri di negoziati sempre chiusi con un nulla di fatto. L’ultimo grave argomento di contenzioso è stata l’istituzione, nel mese di marzo, di un comitato amministrativo per governare Gaza. L’AP è stata da subito contraria perché lo vedeva come un ulteriore passo voluto da Hamas per far diventare Gaza uno stato – e dunque allontanando una riconciliazione nazionale che dalla Cisgiordania vedono più come una sottomissione dei cugini. Abbas ha reagito sanzionando la Striscia: pesanti tagli alle forniture elettriche (da anni l’AP sopperisce al fabbisogni dei gazzaschi dato che Hamas non ha rapporti formali con Israele) e alle forniture mediche, più una serie di misure restrittive per i lavoratori.

LA SITUAZIONE NELLA STRISCIA

La situazione ha messo ancora più in crisi Gaza, che subisce già un severo blocco israelo-egiziano sugli accessi clandestini di beni di prima necessità alla Striscia – una misura di pressione nel quadro della lotta al terrorismo che Gerusalemme e il Cairo stanno coordinando più o meno ufficialmente a cavallo delle aree di confine. La situazione attuale è da sommare a un malcontento diffuso che per la prima volta è venuto alla luce pubblicamente a gennaio, quando migliaia di persone si erano riunite per protestare contro le politiche adottate dal gruppo che amministra la Striscia. La nuova leadership di Hamas, finita sotto pressione, potrebbe aver scelto la via pragmatica della riconciliazione. Ma non è chiaro quanto il regime militarista islamista accetti di sottoporre le proprie forze armate al controllo di Abbas e dell’AP.

IL GIOCO DI HAMAS

È possibile, nell’ipotesi Rumley, che le dichiarazioni di domenica siano un mossa politica per complicare la strada ad Abu Mazen. Abbas si incontrerà con il presidente americano Donald Trump a New York, in occasione dell’assemblea generale della Nazioni Unite. Trump ha piantato nella pace mediorientale un caposaldo della sua politica estera, anche per cercare di marcare un successo su uno sforzo in cui il suo predecessore ha fallito. La riconciliazione palestinese è stata la base della dottrina con cui John Kerry, l’ultimo segretario di Stato obamiano, ha affrontato la questione, senza successo. Ora Hamas proponendo un avvicinamento a Fatah mette in difficoltà sia Trump che Abbas, perché sa che il primo difficilmente potrà aprirsi se l’AP accetterà l’inclusione di un gruppo colpevole di atti terroristici, spiega Rumley.

abu mazen, Gerusalemme

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