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C’è tanta confusione sui dati delle migrazioni e l’aiuto pubblico allo sviluppo. Per esempio si dice che usiamo il 34% dei fondi destinati all’Africa (o alla cooperazione) per l’accoglienza dei migranti: 1,6 miliardi su 4,8. I numeri sono esatti; la loro lettura non lo è. Non si tratta di soldi destinati al Sud del mondo che vengono deviati verso altri fini, anche se simili. Si tratta di soldi aggiuntivi (di provenienza ministero dell’Interno) che siamo riusciti a contabilizzare come aiuto allo sviluppo. In altre parole: l’aiuto pubblico alla sviluppo italiano è aumentato in questi anni, la sua parte a dono è oltre che raddoppiata.

Nessun euro di queste somme è stata “deviata”: viene tutta investita e spesa in Africa, Medio Oriente e altri paesi. Ma all’Ocse – dove si calcola ufficialmente l’Aps (acronimo di Aiuto Pubblico allo Sviluppo degli Stati) – abbiamo condotto una battaglia perché fossero contabilizzate come aiuti allo sviluppo anche le somme spese per l’accoglienza (per essere esatti: le spese di search and rescue e quelle di un anno di accoglienza per persona). Gli altri Stati dell’Ocse non erano molto propensi: siccome l’Italia spende di più di altri, non volevano questa “aggiunta”. Alla fine l’Italia l’ha spuntata: perché non calcolare tali impegni anche se speso “dentro” al paese e non fuori? Aggiungo che ogni Stato fa lo stesso: calcola la sua parte di accoglienza per un anno, come l’Italia. La Germania sta al 25,2%, l’Austria al 37,7% ecc. Oltre agli Stati Ocse, anche le Ong internazionali erano contrarie: c’è un certo purismo quando si tratta di migrazioni e le spese per gestire i flussi non sono da loro considerate vera Aps. Ma la verità è che i flussi di questi anni hanno cambiato il quadro della cooperazione. Dall’anno prossimo contabilizzeremo anche parte dei programmi finanziati dal Fondo Africa, che pure non è un fondo di cooperazione.

Di conseguenza, se è vero che il 34% dell’Aps italiano contabilizzato dall’Ocse, è dedicato all’accoglienza, non si può dire che “gli aiuti all’Africa finiscono nelle tasche delle cooperative”: sono soldi aggiuntivi, mai dedicati all’Africa, che alla fine facciamo contabilizzare come Aps. Se lo fanno gli altri, perché non lo dovremmo fare noi?

In ogni caso la questione è ancora dibattuta. la disputa sulle direttive del Comitato di Aiuto allo Sviluppo (Dac) dell’Ocse verte proprio sul tema di assistenza ai rifugiati: quanto di queste spese si possono calcolare come Aps? Il negoziato si sta svolgendo da qualche anno in un clima critico, con posizioni diverse e a volte contrapposte tra i Paesi membri.

Da un lato, la maggioranza dei Paesi membri del Dac chiede l’applicazione di regole più restrittive, ritenendo che solo le spese riferite alla categoria dei rifugiati legalmente riconosciuti possano essere considerate Aps e per un periodo limitato, trattandosi di assistenza umanitaria. Tale posizione è sostanzialmente condivisa dal segretariato del Dac che spinge verso un contenimento delle spese di accoglienza dei rifugiati che rappresentano oggi una percentuale rilevante dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (Aps) per tutti i paesi. Si collocano su posizioni ancora più radicali le Ong internazionali, le quali chiedono la totale eliminazione dall’Aps delle spese sostenute per i rifugiati. Si tratta di un paradosso: le Ong fanno molto per salvare in mare ma non vogliono che si consideri ciò come Aps.

Dall’altro lato vi sono alcuni Paesi, come il nostro, che si oppongono a regole troppo restrittive, sia per questioni di principio – l’assistenza ai rifugiati rientra nell’assistenza umanitaria e lo sforzo dei Paesi di accoglienza deve essere riconosciuto -, sia per ragioni di tutela dei propri interessi (le spese per i rifugiati aumentano il livello dell’Aps).

I nodi negoziali aperti sono due:

A) Spese per l’assistenza ai richiedenti asilo la cui domanda è stata rigettata. Attualmente è previsto che le spese sostenute per i richiedenti asilo possano essere conteggiate come Aps fino al momento dell’eventuale rigetto della richiesta e comunque entro un periodo massimo di 12 mesi. Il segretariato del Dac ha tuttavia proposto di detrarre “ex post” le spese sostenute per coloro che non hanno ottenuto il riconoscimento di rifugiato ma non pare che riuscirà a far passare tale linea perché molti paesi, tra cui l’Italia, sono contrari.

B) Soccorso in mare. Per quanto concerne le spese sostenute per il soccorso in mare (attualmente non incluse nell’Aps), la proposta del Dacle include, esclusivamente con riferimento alle spese sostenute per operazioni che hanno come “obiettivo primario” il salvataggio in mare e limitatamente ai costi specificatamente riferiti alle missioni di soccorso. Non sarebbe quindi possibile conteggiare nell’Aps, né le spese “fisse” relative, ad esempio, a mezzi e uomini impegnati nelle operazioni di salvataggio, né le spese di soccorso sostenute nell’ambito di operazioni di sorveglianza o pattugliamento. Tale proposta non ci convince per due motivi. Innanzitutto non si comprende perché le spese di soccorso sostenute da un’imbarcazione in servizio di pattugliamento non possano essere notificate come Aps, mentre la notifica sarebbe possibile per le operazioni di soccorso effettuate da imbarcazioni adibite espressamente a tali funzioni. In secondo luogo l’acquisizione dei dati sulle operazioni di soccorso in mare secondo le modalità richieste dal Dac rischia di essere nella pratica estremamente difficile. L’Italia ha proposto che tali spese, pur non essendo mai state conteggiate sinora, siano considerate Aps senza alcuna specifica distinzione, anche se è isolata su questo.

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