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Il 25 dicembre del 2009 Umar Farouk Abdulmutallab, 23enne nigeriano, partito in aereo dal Ghana, atterrò ad Amsterdam-Schiphol e poco dopo ripartì per Detroit sul volo 253 di Northwest Airlines. Mentre l’aereo si avvicinava a destinazione, Abdulmutallab si chiuse per venti minuti nella toilette. Tornato al suo posto, iniziò a fare strane manovre. A un certo punto, i passeggeri vicini si accorsero che i pantaloni del giovane stavano andando a fuoco, e uno di loro, il regista olandese Jasper Schuringa, si avventò su di lui e lo immobilizzò, mentre gli assistenti di volo accorrevano con l’estintore. Abdulmutallab si era nascosto nelle mutande un congegno esplosivo che non aveva funzionato.

Fu arrestato, e le autorità scoprirono i suoi contatti con esponenti di al-Qaida nello Yemen. Appena un anno prima, Abdulmutallab si era laureato in Ingegneria meccanica allo University college di Londra. Due mesi prima di questi fatti, il 13 ottobre 2009, Mohamed Game, 37 anni, cittadino libico residente in Italia, si fece saltare in aria con due chili di nitrato all’entrata della caserma Santa Barbara di Milano: il primo e finora unico attentato suicida realizzato in Italia. L’attentatore, probabilmente, era un lupo solitario, o tutt’al più faceva parte di una piccola rete locale. Game – che nell’attentato perse la mano destra e sta scontando una condanna a quattordici anni – è laureato in Ingegneria elettronica.

Tre mesi esatti prima del fallito attentato di Game, il 13 luglio 2009, un tribunale tedesco condannò a otto anni di carcere il 47enne tedesco-pakistano Aleem Nasir per il ruolo svolto come facilitatore di al-Qaida in Europa. Nasir si recava spesso nelle zone tribali del Pakistan, con la scusa di occuparsi di commercio di pietre semipreziose, ma in realtà finanziava gruppi islamisti e coordinava il reclutamento in Europa. Nasir avrebbe arruolato al Jihad numerosi musulmani residenti in Germania, tra cui il marocchino Bekkay Harrach, salito alle cronache, quello stesso anno, per una serie di messaggi video, registrati in Pakistan, in cui minacciava di portare il Jihad in Germania. Nasir è laureato in Ingegneria meccanica, mentre Harrach aveva alle spalle studi universitari in tecnologia laser e matematica, poi abbandonati per lavorare part-time in una moschea di Bonn.

Questi quattro personaggi, a parte il sesso maschile e la confessione islamica, hanno ben poco in comune: diverse erano la nazionalità e l’età di ciascuno di loro, il Paese occidentale di riferimento e la stessa rete estremista di appartenenza. Persino lo stato civile non era lo stesso per tutti: Game, Nasir e Harrach avevano moglie e figli, mentre Abdulmutallab era celibe. I quattro venivano da percorsi lavorativi molto diversi. Prima di occuparsi di pietre preziose, Nasir aveva lavorato a Karlsruhe in un centro di ricerche nucleari, da cui era stato licenziato a causa di dichiarazioni estremiste. Game invece, pur essendo laureato, aveva una storia di sottoccupazione ed era pieno di debiti. Harrach si guadagnava da vivere con lavoretti. E Abdulmutallab non aveva mai lavorato, ma era passato direttamente dallo studio alla militanza.

Origini socioeconomiche, età, Paese d’origine o di nuova residenza, gruppo di affiliazione, occupazione, situazione familiare: nei casi citati tutte queste caratteristiche variano, e il solo elemento comune a tutti sono gli studi universitari e la laurea in ingegneria. È un dato che suona ancora più sorprendente rispetto a ciò che ci suggerisce il senso comune: mentre infatti accettiamo facilmente l’idea che i diseredati siano naturali candidati all’estremismo, facciamo molta più fatica a comprendere come mai dei giovani abbienti e istruiti si dedichino al Jihad. E poi, per quali motivi persone con forma mentis, tecnica e qualificazione in campo tecnologico si sentono attratte da un movimento che è al tempo stesso violento, religioso e in molti casi imbevuto di credenze antiscientifiche?

Il caso degli ingegneri del Jihad

Di Diego Gambetta

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