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Quella che soltanto un mese fa sembrava una Francia rigenerata, si scopre, dopo il ballottaggio per le legislative, profondamente ammalata di indifferenza, forse nauseata, lontana dalla politica. Certo, Emmanuel Macron ha consolidato il suo successo, inferiore comunque a quello pronosticato una settimana fa quando si dava per certo che avrebbe superato la soglia dei quattrocento deputati all’Assemblea nazionale, e dal suo entourage fanno sapere che è meglio così. Una vittoria schiacciante avrebbe creato più problemi di quanti ne avrebbe risolti.

Una logica che non ci convince. La verità, infatti, sta nella bassissima affluenza alle urne: il 56% degli aventi diritto non ha votato. Un dato assai preoccupante. Gli astenuti è come se avessero detto a Macron: ti abbiamo eletto, adesso lasciaci in pace, ne riparliamo tra cinque anni. Ciò vuol dire che la rabbia, il disagio, lo sdegno, l’insoddisfazione che non si sono manifestate alle presidenziali, possono esplodere in piazza non appena verranno varati provvedimenti impopolari (e ce ne saranno) sui quali salteranno su le opposizioni, i sindacati e i semplici cittadini convinti che pagheranno più tasse, avranno una sanità peggiore, dovranno sopportare un’immigrazione insostenibile, saranno costretti a convivere con l’insicurezza permanente e, dunque, con lo spettro del terrorismo islamista e la prospettiva di una “sostituzione etnico-culturale” dovuta al calo demografico e alla radicalizzazione della presenza degli extracomunitari soprattutto musulmani.

Si dirà: come mai stante questa situazione Macron ha vinto, i Républicains hanno perso, i socialisti ritenuti finiti hanno comunque portato in Parlamento ottanta deputati, Mélenchon, dato per spacciato, con venti rappresentati riuscirà nell’impresa ritenuta impossibile alla vigila di formare il gruppo parlamentare, mentre la Le Pen, pur essendo stata eletta per la prima volta, non otterrà nemmeno dieci deputati e i suoi sei milioni di voti si sono volatilizzati?

L’astensione, in primo luogo: perché votarli – così ragionano i francesi – se non hanno nessuna possibilità di incidere sulle scelte politiche?

Quella francese, al crepuscolo ormai della Quinta Repubblica, è una democrazia dimezzata, si afferma Oltralpe. Più della metà non vota e  il bizzarro sistema del doppio turno annulla i voti reali, sicché la rappresentanza è alterata o addirittura falsata. Macron, ne è consapevole, è il presidente di una minoranza politica, mentre rappresenta una solida maggioranza presidenziale. Lrem, il suo partito “estemporaneo” ha vinto nella ristretta cerchia di poco più della metà degli elettori. L’altra metà gli farà opposizione, ma sarà una voce dai molti registri che non avrà ripercussioni significative.

Cominciano a rendersi conto un po’ tutti che il doppio turno maggioritario è una truffa: per questo i francesi hanno smesso di votare in massa. Preferiscono attendere i risultati della rivoluzione macroniana. Si sono convinti, sbagliando, che i partiti non servono a niente: dopo averli rottamati scegliendone uno nuovo di zecca, se ne sono tenuti alla larga, alle politiche, lasciando che li votassero i fedelissimi e le rispettive nomenclature.

Il “caso Le Pen” è emblematico al riguardo. Scontato tutto l’armamentario consueto delle triangolazioni, degli apparentamenti tra avversari, delle desistenze, resta pur sempre l’interrogativo inquietante di un crollo assolutamente inatteso nelle proporzioni in cui si è manifestato. Si sapeva che le legislative sarebbero andate male dopo la débâcle delle presidenziali (prese meno voti di quanti gliene accreditavano i sondaggi), ma perdere la metà circa degli elettori in così poco tempo nessuno se lo aspettava. La delusione per l’insuccesso ha tenuto lontano dalle urne i suoi sostenitori. I quali si sono resi conto che l’improvvisazione “sovranista” non paga, soprattutto se declinata in chiave occasionale e demagogica. La sovranità si pratica, non la si propaganda: è una lezione che la Le Pen (come altri) avrebbe dovuto apprendere da Carl Schmitt, se non avesse voluto risalire alla filosofia della controrivoluzione di Bodin, De Maistre, de Bonald e Donoso Cortés, ma purtroppo si è limitata a strepitare – non senza ragione, beninteso – contro l’Unione europea e a ipotizzare un disordinato abbandono dell’euro, dimenticando di formulare una idea di Europa organica, convincente, realistica. E trascurando, nel contempo, di prospettare una rigenerazione dello Stato francese, delle sue strutture amministrative (piuttosto obsolete e costose) e soprattutto nuovi profili della rappresentanza politica lasciando, curiosamente, questo tema a Macron che più volte si è spinto in campagna elettorale a ipotizzare una sia pur minima iniezione di proporzionale nel maggioritario francese palesemente ingiusto e penalizzante per le minoranze.

Beninteso, l’uninominale maggioritario a un turno funziona benissimo, soprattutto se i contendenti sono non più di tre o quattro. Ma il sistema del doppio turno dove tutte le posizione del kamasutra politico sono possibili al fine di lasciare fuori uno solo dei partecipanti costretto a guardare dal buco della serratura, a meno di exploit personali, è politicamente inaccettabile. Talmente inaccettabile che c’è qualcuno che vorrebbe esportare l’osceno modello anche in Italia, patria del copia-incolla del peggio che si produce all’estero.

La fase elettorale, durata circa un anno, si conclude in Francia con una certezza e molti interrogativi. Macron governerà più o meno tranquillamente forte della maggioranza parlamentare, ma non con il consenso schiacciante dei francesi quantomeno perplessi al punto di disertare i seggi. Le opposizioni saranno relegate al rango di polli litigiosi che per guadagnarsi spazi di visibilità daranno fondo a tutte le manfrine demagogiche possibili e immaginabili. La Francia non è più unita di quando è cominciata la battaglia per l’Eliseo come si sperava. E su di essa incombe un’Europa che a Macron non piace del tutto, come non piace a buona parte dei suoi avversari. L’asse con la Germania durerà a lungo? Nulla è certo e se la Francia “ribelle” per ora si è manifestata dando fiducia a chi le appariva solido e concreto, ci metterà poco a contestarlo se non sarà in grado di arginare il potere e la tutela (chiamiamola così) della Merkel su di essa e sul resto dell’Europa. Più della metà dei francesi, che non ha votato, insomma, è probabile che si faccia sentire comunque. E Macron, si dice, non è affatto tranquillo. En marche potrebbero mettersi gli altri. La Francia resta indefinibile quanto ineffabile.

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