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Secondo un articolo del New York Times, il presidente americano Donald Trump avrebbe chiesto all’ex capo dell’Fbi James Comey di interrompere le indagini sull’ex Consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn. La richiesta sarebbe stata fatta in un incontro tra Comey e Trump avvenuto a febbraio all’interno dello Studio Ovale: il Nyt ha ottenuto l’informazione perché il direttore del Bureau ha trascritto un memo sul vertice col presidente, che un uomo “vicino a Comey” ha letto al telefono al giornalista Michael Schmidt (famoso anche perché è stato colui che ha scoperto l’Emailgate, la vicenda delle mail private gestite insieme a quelle istituzionali da Hillary Clinton durante gli anni in cui era segretario di Stato). La Casa Bianca ha negato le informazioni riportate, ma è evidente che per l’amministrazione è un momento difficilissimo, perché questa è una seconda potenziale “bomba” caduta appena un giorno dopo dallo scoop del Washington Post sulla condivisioni di informazioni riservate raccolte da Israele passare direttamente da Trump alla Russia.

CHI È FLYNN: PERCHÈ È IMPORTANTE

Si ricorderà che l’Fbi indagava, e indaga tutt’ora, sul conto di Flynn nell’ambito, e anche lateralmente, dell’inchiesta che ha preso il nome di “Russiagate”, e che riguarda le potenziali collusioni tra gli uomini del comitato elettorale che ha sostenuto Trump e il piano di ingerenza russa nelle presidenziali americani. Proprio a febbraio, Flynn è stato costretto a dimettersi dal prestigioso ruolo che Trump gli aveva affidato (tra i due c’era e c’è tutt’ora un grande affiatamento personale), perché alcuni scoop del Washington Post aveva testimoniato su sue conversazioni con l’ambasciatore russo Sergei Kislyak durante la fase elettorale. Su questi contatti – nei quali pare anche che il consigliere di Trump avesse promesso il sollevamento di alcune sanzioni alla Russia (questo è uno dei temi a sé stanti dell’indagine dei Federali) – Flynn aveva mentito al Congresso, al vice presidente, e allo stesso Fbi che lo aveva sentito mesi prima. Flynn è un personaggio controverso, ha visioni piuttosto radicali e ha avuto problemi di leadership quando dirigeva l’intelligence militare: Barack Obama, quando a fine mandato incontrò Trump, suggerì al futuro presidente di evitare la nomina di Flynn, ma il repubblicano ignorò il consiglio e lo posizionò alla direzione del National Security Council (dove rimase poco più di un mese, in realtà). Oltre all’empatia personale, Trump voleva premiare Flynn perché lo aveva sostenuto, e consigliato sulle questioni di politica estera, durante i lunghi mesi di campagna elettorale.

IL RAPPORTO PERSONALE CON TRUMP

Anche questo rapporto personale potrebbe aver pesato sulla richiesta fatta a Comey. Il Nyt cita espressamente l’appunto ufficiale scritto dal capo dei Federali: “Spero che tu possa lasciar perdere questa cosa, e liberare Flynn. È un brav’uomo. Spero che tu possa lasciar perdere”. Il memo è datato 14 febbraio, Flynn s’è dimesso il 13 – ma la Casa Bianca era già a conoscenza delle conversazioni avute tra Flynn e Kislyak perché era stato l’Fbi a scoprirle e a informarla, tuttavia prima degli scoop giornalistici era rimasto al suo posto. Durante quell’incontro nel cuore esecutivo della repubblica americana, sarebbero stati presenti anche il vice presidente Mike Pence e il capo del dipartimento di Giustizia Jeff Sessions e altri funzionari dello staff per la sicurezza nazionale. La CNN ha corroborato lo scoop del Nyt e ha aggiunto un dettaglio: Trump ha chiesto a tutti di lasciare lo Studio Ovale prima di fare la richiesta a Comey – sarebbe tutto appuntato nel documento.

UNA SITUAZIONE TREMENDA

La questione è molto delicata, se si pensa che già quando la scorsa settimana Trump annunciò il licenziamento di Comey – una decisione piuttosto rara, avvenuta una sola volta nella storia americana – ci furono critiche pesanti sulla possibilità di conflitti d’interesse. Infatti, nonostante la motivazione ufficiale fosse relativa a una gestione sbagliata dell’indagine Emailgate, non sfugge un collegamento: Trump ha licenziato l’uomo che dirige l’agenzia di controspionaggio che si sta occupando di un’indagine dalle dimensioni mastodontiche sul conto dei suoi uomini (e della sua vittoria elettorale). Ora arriva un pezzo in più: il presidente avrebbe chiesto a Comey il favore di non procedere contro uno dei suoi più stretti collaboratori, che è anche uno degli elementi che sta al centro di quell’indagine; è “al centro” anche perché considerato ben messo quanto collegamenti con la Russia (tra gli altri motivi per cui l’Fbi lo ha messo nel mirino: la regolarità fiscale sul pagamento per il suo intervento al gala del 2015 di Russia Today, la televisione che il Cremlino usa per spingere nel mondo le proprie misure attive di influenza).

LO SFONDO E I DUBBI

Uno dei temi di cui si parla a proposito del licenziamento di Comey era proprio questo: Trump chiedeva meno attenzione al Russiagate, il capo del Bureau invece insisteva nell’inchiesta. Non solo: Trump aveva chiesto all’Fbi di concentrarsi sul come e sul chi diffondeva i leak alla stampa (informazioni come quello sul memo, e centinaia di altri in questi soli quattro mesi), Comey lo riteneva un fattore secondario al succo delle questioni. Ancora: Trump chiedeva “fedeltà”, Comey rispondeva “onestà”. Quest’ultima conversazione, avvenuta realmente su questi toni e con quella semantica, è un’altra delle spifferate alla stampa fatte da persone informate sui fatti uscite in questi giorni: sarebbe avvenuta durante una cena di gennaio, da lì Comey avrebbe deciso di tenere un diario sugli incontri col presidente (ce ne sarebbero stati altri tre).

michael flynn

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