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Di questi tempi essere un analista politico non deve essere semplice. Che il nostro mondo sia segnato da un certo grado di imponderabilità e che le decisioni in democrazia siano spesso arbitrarie oggi è fatto comunemente accettato. Non lo era fino a pochi decenni fa, quando un gruppo di studiosi tra cui spicca Kenneth Arrow teorizzarono i paradossi dei meccanismi di decisione collettivi, sottolineandone tutti i limiti.

Per anni gli accademici e commentatori, soprattutto quelli che si riferivano alla cultura anglosassone, si sono protetti dietro al rassicurante schema del bipolarismo per offrire le proprie analisi e previsioni. In un periodo in cui gli schieramenti politici si stanno frammentando sulle grandi questioni del nostro tempo, sempre più divisive e controverse, il compito di studiosi e commentatori della politica diventa sempre più complesso.

NUOVE ELEZIONI E INCOGNITA BREXIT 

Quello che sta succedendo in Gran Bretagna è un caso esemplare di questa tendenza. La scorsa settimana, il primo ministro Theresa May ha annunciato che convocherà elezioni anticipate a giugno. Si è trattato di una mossa a sorpresa, soprattutto perché non del tutto usuale. Nel Regno Unito è molto raro che i cittadini vengano chiamati alle urne a pochi mesi di distanza dalla tornata precedente (le scorse elezioni per la Camera dei Comuni si sono tenute nel 2015). L’ultima volta è successo nel 1974, quando il primo ministro laburista Harold Wilson ricorse al voto per cercare di rafforzare la propria maggioranza. Il parlamento si trovava in una situazione di stallo dopo che, sei mesi prima, il primo ministro conservatore Edward Heath aveva chiamato a sua volta i cittadini alle urne in anticipo per provare, senza successo, a ottenere una legittimazione popolare che gli permettesse di affrontare un duro sciopero dei minatori.

La dinamica questa volta non è molto diversa: la grande sfida che il Regno deve affrontare si chiama Brexit. La May, in vista di un negoziato pieno di incognite e forte dei sondaggi che vedono il suo partito in ampio vantaggio, sta cercando di serrare le fila per ricevere quel “mandato” che le consentirà di gestire una fase così dura.

Ma siamo sicuri che dopo il rinnovo delle camere ci sarà più chiarezza? Vediamo come sono schierati i principali attori: Theresa May, che prima delle elezioni era favore del remain, si trova a essere la paladina della Brexit dura. All’interno del suo partito molti di coloro che sostenevano l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue prima delle elezioni si trovano ora in posizioni di secondo piano o si sono dimessi. Alcuni dei seggi conservatori saranno invece ancora occupati da europeisti.

Se guardiamo al partito laburista la divisione sull’argomento sembra ancora più netta. Jeremy Corbyn aveva sostenuto il remain in modo non troppo convinto, mettendo da parte il suo animo euroscettico per rappresentare la volontà del partito. Adesso che la Brexit ha vinto, con il supporto di una buona fretta degli elettori labour, Corbyn è passato di nuovo dalla parte della Brexit, ma in salsa più soft di quella proposta da Theresa May. Gran parte dell’establishment del suo partito è ancora però orientato verso posizioni remain.

Ci sono poi i liberal-democratici che sono i duri e puri dell’Unione Europea. La loro posizione chiara sull’argomento potrebbe portargli dei voti anche se restano sfavoriti dal sistema elettorale maggioritario. Ma cosa accadrebbe se diventassero necessari per formare il governo come prima delle precedenti elezioni? A complicare ancora il quadro ci pensano gli scozzesi dell’Snp, che per via del loro posizionamento territoriale avranno un buon bottino di deputati. Questi ultimi sono a favore della permanenza UE, ma le frange più indipendentiste potrebbero tatticamente e segretamente sperare in una hard Brexit come un’altra occasione per puntare all’indipendenza.

UN QUADRO CHIARO? 

Quindi, tornando alla domanda da cui eravamo partiti, le elezioni serviranno a dare a Theresa May un mandato più forte per affrontare il duro negoziato? La risposta è incerta. Non è tanto in dubbio che nel nuovo parlamento esisterà una maggioranza, di qualsivoglia colore, che supporti in qualche modo la Brexit. Ma la domanda chiave resta in piedi: quale forma e quale intensità avrà la separazione dall’Ue?

Se la politica resta quindi imperscrutabile, meglio dare un’occhiata alle previsioni dei mercati, che ai grandi dilemmi politici offrono risposte collettive. All’annuncio delle elezioni la Sterlina si è rafforzata. Anche in questo caso le teorie sul tavolo sono due: da una parte c’è chi pensa che Theresa May otterrà il mandato che cerca, dall’altra c’è chi crede che le elezioni apriranno la strada a un nuovo referendum.

Nel disordine e nella confusione delle democrazie impossibili, Arrow e i suoi non trovarono che paradossi. Ma i mercati sembrano scorgere almeno una direzione. A questo servono i dati, dopotutto, a provare a mettere ordine nel caos.

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Cosa pensano i mercati della mossa elettorale di Theresa May su Brexit

Di questi tempi essere un analista politico non deve essere semplice. Che il nostro mondo sia segnato da un certo grado di imponderabilità e che le decisioni in democrazia siano spesso arbitrarie oggi è fatto comunemente accettato. Non lo era fino a pochi decenni fa, quando un gruppo di studiosi tra cui spicca Kenneth Arrow teorizzarono i paradossi dei meccanismi…

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